venerdì 10 giugno 2022

Un pensiero su World End Syndrome


 


Se dovessi scegliere quale titolo negli ultimi anni ha impattato maggiormente su di me a livello narrativo, la scelta cadrebbe sicuramente su World End Syndrome. Potrebbe, ad una prima lettura - specie per coloro che frequentano il mercato dei titoli tripla a - apparire come come un'esagerazione ma in realtà vi sono basi ben solide per questa mia decisione.

Scritto e diretto da Kanazawa Tomio ( producer dei due Deadly Premonition) , illustrato da Katou Yuuki ( BlazeBlue), il gioco ci narra la storia di un ragazzo che, per sfuggire ad un misterioso passato, decide di prendere il treno e rifugiarsi in una piccola cittadina chiamata Mihate-Cho. Una volta arrivato a destinazione, andrà a risiedere in casa di uno dei suoi Zii occupata a sua volta da Kusunose Maimi, sua lontana cugina.

Una volta conclusosi il prologo avremo, tramite la mappa qui a destra, la possibilità di scegliere i posti dove girare indisturbati ed incominciare a relazionarci con gli abitanti, in particolar modo con le restanti quattro eroine presenti nel gioco.Amana Miu, Otonashi Yukino, Yamada Anako e Kamishiro Saya. Man mano che esploreremo la città, verremo a conoscenza anche di una misteriosa leggenda che circonda il posto. Sembra infatti che ogni cento anni un morto torni in vita e terrorizzi la cittadina uccidendone alcuni abitanti prima di sparire nuovamente nel nulla.

Durante la nostra prima run avremo una sensazione estraniante infatti, nonostante la libertà che il gioco ci fornisce ed i rapporti cheandremo ad intrecciare, non arriveremo a concludere niente.Arrivati a compiere una scelta importante, ci renderemo conto che in realtà non possiamo nemmeno definirla tale in quanto possiamo scegliere solo un'opzione. La storia quindi prosegue per qualche minuto solo per farci assistere ad un tremendo epilogo in cui non possiamo fare nulla.

Il giocatore quindi potrebbe rimanere stordito e chiedersi se possa aver sbagliato qualcosa ma, in realtà, la prima run non serve nient'altro che a mettere le basi su quello che poi andremo a giocare infatti, ricominciando il gioco, avremo finalmente la possibilità di avanzare oltre quel punto che ritenevamo senza via d'uscita. Proseguiremo quindi ad esplorare la città e a stringere rapporti amorosi con le varie eroine, ognuna delle quali ci offrirà un punto di vista sulla storia ed andrà a delineare man mano un quadro migliore di quello precedente.

World End Syndrome prima di essere un dating-sim è una visual novel dai risvolti thriller e misteriosi. La trama che andremo a scoprire ad ogni run si focalizzerà su di un'eroina e,per non incorrere in spoiler, posso dire che la persona più interessante e misteriosa sarà anche quella che avrà un ruolo risolutivo durante la storia ma, tutte le ragazze presenti non sono di certo da meno e offrono spunti di riflessioni validi. La maturità con cui si affrontano determinate tematiche è però la cosa che mi ha lasciato piacevolmente sorpreso. World End Syndrome affronta infatti il senso di identità, la perdita, il rapporto che abbiamo con il non-visibile e tutte le sotto tematiche che ne possano derivare. Alcuni personaggi rimangono veramente nel cuore e, dopo circa cinquanta ore necessarie per completare al 100% il titolo, abbandoneremo malvolentieri Mihate-Cho ed i suoi cittadini.

World End Syndrome è un titolo che consiglio caldamente a tutti e non dovrebbe mai mancare come esperienza per chi ama le visual novel e ciò che gli gravita attorno.






giovedì 9 giugno 2022

Una riflessione su Chiru ( Gal Gun 2 )

 


Molte opere ci spingono a riflettere sulla nostra vita.Capita spesso infatti che, dopo la fruizione di un dato prodotto, ci poniamo molte domande: "sto affrontando nella maniera giusta i miei problemi?", "davvero la soluzione può essere facile come quella esposta?", "in che modo gli altri vedono le mie problematiche?".Questi (e molti altri) sono i quesiti che ci facciamo e, di solito, dopo una breve riflessione torniamo a rifugiarci nel calore dei nostri complessi perché, se è vero che da una parte quest'ultimi possono essere dannosi, dall'altra è l'unico mondo che conosciamo.Non c'è niente di male nell'ammettere di aver paura di cambiare, di esplorare qualcosa di nuovo che vada al di là della nostra visione. Ecco perché molte volte preferiamo rimanere immobili piuttosto che andare avanti correndo il rischio di staccare la propria maschera con cui ci siamo identificati.

Ultimamente c'è stato un titolo che mi ha fatto riflettere a proposito delle problematiche interiori e di come quest'ultime limitino la propria vita. Non mi soffermerò a parlare del gameplay di Gal Gun 2, titolo dai più conosciuto come un demenziale shooter su rotaia alla time crisis dove si "sparano" letteralmente feromoni alle ragazze ma, invece, per il benessere dell'articolo e del messaggio, parlerò di un personaggio che inconsapevolmente mi ha dato tanto, Chiru.

Gal Gun 2, sotto la sua apparente superficialità, nasconde tematiche e spunti di riflessione importanti. Per scoprirli però dobbiamo andare a fondo, superare lo scoglio dell'apparenza ed esplorare il titolo a 360 gradi. Chiru è una "shut-in", una reclusa, quella che noi erroneamente definiremmo una ragazza introversa. In realtà, a causa dei molti abusi verbali ricevuti in rete e non, la ragazza ha deciso un giorno di non uscire più di casa, di non rinunciare al suo angolo sicuro dove giocare e leggere manga. Il mondo esterno gli appare ostile, sempre pronto a saltarle alla gola e, le poche volte che interagisce con qualcuno sui social, la rendono più insicura a causa del comportamento irascibile delle persone. Non mi dilungherò nell'esporre le problematiche dei social in questi tempi ma, senza ombra di dubbio, Chiru ha qualche punto a favore considerandoli pericolosi.

Qui entriamo in scena noi che, essendo vicino di casa, potremmo interagire con lei ogni giorno e scoprire cosa pensa del mondo e di ciò che la circonda. Passeremo le serate a parlare della maleducazione delle persone, dell'atteggiamento ostile ed irrispettoso che hanno nei già citati social oppure parleremo dei suoi desideri e di cosa l'ha condotta ad assumere uno stile di vita cosi estremo. Prima che ce ne possiamo rendere conto, ci troveremo a darle ragione ma a spronarla comunque a far parte di questo "caos" di cui lei ha tanta paura. Il genere umano può essere spaventoso molte volte ma non tutte le persone sono così e, cadere nella generalizzazione, significherebbe aver ceduto a quella parte di noi che non vuole cambiare.

Nelle parti finali del gioco scopriremo che lei in realtà non è un comune essere umano, bensì un angelo esiliato sulla terra per il suo comportamento testardo e capriccioso. Una volta scelta lei come eroina principale ed aver visionato il finale possiamo arrivare finalmente a comprendere tutte le sue sfumature caratteriali. Chiru oltre ad aver problemi col Paradiso, ha anche problemi con la Terra e sembra che il suo legame con noi sia arrivato ad un livello quasi morboso. Ci considera non solo un affetto di vitale importanza ma vede in noi la possibilità di vivere finalmente una vita tranquilla e piacevole. Nonostante possa sembrare una scelta comprensibile, noi le facciamo giustamente notare che non possiamo sostituirci al mondo e lei deve affrontare la realtà che non gli piace ed inoltre adempiere ai suoi doveri angelici. Il gioco finisce nel migliore dei modi con Chiru che finalmente torna a vivere non quanto una vita ma una vera e propria identità che aveva rigettato con molta forza nel corso del tempo.

Chiru concludendo è un personaggio reale e dalle molte sfaccettature. Una ragazza che potremmo incrociare per strada e l'idea di aver narrato le sue problematiche ed un'eventuale soluzione non fa che rafforzare la qualità narrativa purtroppo molto nascosta di Gal Gun 2. Un titolo che è capace di farci sorridere ma anche di farci riflettere sugli eventi che ci accadono nella vita.




mercoledì 8 giugno 2022

Un pensiero su Tokyo School Life



Il mondo delle Visual Novel è ricco di molti titoli.Alcune sono vere e proprie gemme mentre altre non sono proprio giochi da incorniciare.Facile quindi acquistare qualcosa di sbagliato o comunque non conforme ai propri desideri.Ecco che allora cercherò a cadenza quantomeno regolare di fare brevi e piccole recensioni di Visual Novel a prezzo budget in modo che possiate orientarvi meglio in questo fantastico mondo.

Circa un paio di mesi fa stavo cercando su Switch qualcosa che potesse interessarmi ma, non avendo molto a disposizione, le mie speranze non erano alte.Ad un certo punto noto un titolo ad un prezzo estremamente scontato, infatti la cifra si aggirava sui due euro.Preso dalla curiosità lessi la descrizione e decisi di acquistarlo.Ancora non sapevo che ne sarei rimasto deliziato.


Tokyo School Life è una visual novel molto semplice dove, nei panni di uno studente trasferito da poco in Giappone per uno scambio culturale, vi troverete a convivere con tre ragazze in un dormitorio locale. La premessa è quindi in linea con lo spirito leggero di questa tipologia di produzioni ed infatti ben presto ci troveremo a dover scegliere su quale ragazza focalizzarci per cercare di conquistarla.

Nonostante sia un'avventura dove le scelte del giocatore sono limitate ad una manciata devo dire che la storia delle tre eroine è scritta in maniera sufficientemente interessante. Abbiamo ad esempio la timida Sakura, la quale vi confesserà il suo amore spassionato per il mondo del disegno giapponese; La dolce Aoi, costretta in un certo modo a praticare Karate mentre lei predilige molto l'atmosfera domestica e tranquilla ;Infine abbiamo Karin, Idol in incognito che, realizzando questo sogno, ha potuto superare un'infanzia solitaria.

Ad un certo punto la storia vi obbligherà a compiere una scelta e selezionare la persona con cui vi piacerebbe istaurare un rapporto più profondo, ecco che allora la narrazione si focalizzerà esclusivamente su voi e la vostra scelta ed andrete ad esplorare e conoscere meglio i lati della vostra eroina. Non vado avanti per non rovinarvi la sorpresa ma sappiate già da ora che ogni route è ben caratterizzata e molte volte affronta tematiche molto serie.

Come esposto sopra, Tokyo School Life è una visual novel con poche scelte quindi, un eventuale paragone con titoli più complessi e stratificati, sarebbe quanto meno sbagliato. Il gioco vuole solo narrarvi una storia, farvi intervenire il meno possibile e rendervi protagonisti di questa piacevole avventura.

Sul versante tecnico devo dire che sono rimasto affascinato dall'E-mote Engine e di come riesca a rendere le protagoniste dinamiche durante tutta l'avventura evitando che quest'ultime assumano pose statiche rimanendo impalate per lunghi periodi di tempo.

Tokyo School Life è un ottimo entry-level per chi non ha mai esplorato il mondo delle visual novel. La sua longevità contenuta e la narrazione dai ritmi ben decisi non fanno annoiare e aiutano il principiante ad entrare in questo mondo in maniera naturale e piacevole. Chi invece ha già molti titoli alle spalle consiglierei di valutare bene l'acquisto in quanto potrebbe rimanere deluso dal poco spazio decisionale che abbiamo all'interno del titolo.






mercoledì 19 gennaio 2022

Un pensiero su Violent Cop di Takeshi Kitano

La strada che conduce a Takeshi Kitano

Takeshi Kitano è uno di quegli autori che scopri per caso o per consiglio di un amico. Chi è un esperto di cinema lo conoscerà senz'altro ma chi, come me, è un semplice appassionato imbattersi in Kitano non è per nulla scontato. Se a ciò aggiungiamo pure la non facile lettura di alcune sue opere, ecco che senza una guida rischiamo di non goderci appieno uno dei registi più importanti degli ultimi trent'anni.

Dopo aver visto quasi per caso "Outrage" ed "Outrage Beyond", decido di interessarmi alla filmografia del regista e riesco a recuperare una delle sue opere più importanti, "Sonatine". L'impatto è estremamente forte ma questa è un'altra storia, per un altro articolo. Successivamente decido di acquistare qualche suo film e trovo su Amazon un cofanetto contenente Violent Cop, Boiling Point e Sonatine. Nonostante quest'ultimo l'avessi già visto, decido di acquistarlo per recuperare i due film mancanti. Il primo film che vedo appena arrivato il cofanetto è quello di cui parlerò oggi , Violent Cop.

La strada per la realizzazione

Pur essendo la prima opera che vede Kitano come regista, è bene chiarire che in realtà quest'ultimo è subentrato in qualità di sostituto. Takeshi ricorderà così quel periodo "[...]Fukusaku[Kinji] rifiutò dicendo che non poteva farlo nei tempi previsti, Okuyama venne a chiedermi se mi andava di farlo per conto mio. Così venne stabilito che avrei fatto il film, ma gli sviluppi successivi sono confusi". Per quanto riguarda la sceneggiatura, il regista spiegherà come se la sia trovata già pronta ma che in realtà non la gradisse particolarmente "[...]Era una sceneggiatura tremenda. Dentro c'era di tutto[...].Sembrava un adattamento di Rambo[...]così ho fatto rivedere un po' il copione."

Siamo quindi di fronte ad un Kitano che già aveva le idee chiare. Infatti, come si evince dalle parole sopracitate, non voleva contribuire a creare un cinema fine a sé stesso ma desiderava fare qualcosa di più impegnato nonostante una sceneggiatura molto semplice.

Il cinema di "Beat" Takeshi

Azuma viene inquadrato in questa maniera per dare la sensazione a chi ha davanti di non avere via d'uscita

Kitano, come vedremo in seguito, fa un cinema molto minimale. Pochi sono i piani o campi che utilizza per narrare gli eventi che accadono nei suoi film. Se prendiamo ad esempio la famosa scena sulla spiaggia di "Sonatine", dove gli Yakuza giocano alla roulette russa, contiamo appena venti inquadrature o poco più. L'autore piega infatti alla sua volontà ed alle ispirazioni momentanee, le regole del cinema. Molte volte i suoi film non partono da una sceneggiatura o da una serie di idee ponderate bensì da qualche intuizione istantanea. Prendendo ancora una volta Sonatine come esempio, il regista parla di come ha sviluppato il film partendo da quattro immagini che gli erano balenate in mente. Violent Cop, nonostante sia la sua prima opera, ha già il seme di questo cinema che accompagnerà Kitano per gran parte della sua carriera. 

Altro interesse del regista è quello di portare su schermo una certa naturalezza. Prendiamo ad esempio due sue dichiarazioni "Al contrario di quanto si possa credere, è difficile camminare e basta.[...]E' un'azione veramente inconsapevole, ma se chiedi ad un attore di camminare davanti ad una cinepresa, è come se per la prima volta fosse consapevole[...]" E ancora, alla domanda di quale fosse la prima immagine balenata in mente per il film, la risposta del regista lascia spiazzati "io penso che quando cammina, non può che camminare verso la morte, no?" Kitano non chiede conferma quanto sottolinea l'ovvietà della camminata, come a voler rimarcare quest'ultima non come semplice movimento da mettere in scena ma proprio funzionale alla narrazione ed alla progressione introspettiva del personaggio. 


Azuma attraversa il ponte che lo porterà alla centrale


Il poliziotto violento

Una volta delineata in maniera piuttosto grossolana la visione di Takeshi Kitano, incominciamo a parlare della storia.Azuma è un poliziotto dai metodi piuttosto violenti e sbrigativi. Mentre indaga su un traffico di droga scoprirà che il mondo che conosceva è ben peggiore di quanto potesse immaginarsi. Corruzione e violenza domineranno gran parte la storia. Nonostante alcune pause introspettive e poetiche dove sembra dominare la calma e la leggerezza, il viaggio che intraprende Azuma lo porterà inevitabilmente ad una tragedia quasi annunciata. Abituati come siamo ad un certo tipo di cinema americano siamo per una buona prima parte quasi insensibili di fronte alla violenza perpetuata dall'uomo ai danni di terzi. Le varie pellicole che fanno parte del cinema citato poc'anzi arrivano quasi sempre a giustificare l'azione dei protagonisti mentre qui, l'evoluzione della storia, ad un certo punto ci porta a domandarci se la violenza che utilizza Azuma non sia in realtà una scusa per la natura sadica del protagonista e di quanto dunque non sia giustificabile. Ci domandiamo infatti ad un certo punto se Azuma non sfrutti la sua posizione per sfogare un suo stato psicologico interiore o se, in fin dei conti, il suo è l'unico mezzo per gestire quel quartiere di Tokyo tanto affascinante quanto violento.Eccoci quindi arrivati ad un punto importante. La violenza del poliziotto fa riflettere e porta lo spettatore a porsi altre domande. Perchè Azuma non riesce in qualche modo ad interrompere la spirale di violenza in cui lui stesso cade durante la storia? In fin dei conti, prima di arrivare al cosiddetto "punto di non ritorno", di tempo ne ha abbastanza. Kitano, nonostante diriga una storia molto classica, fa percepire la violenza come una creatura dotata di vita propria, che ha preso possesso di quella parte della città e che ingloba tutti indistintamente.
Non c'è un buono od un cattivo bensì solo vittime che siano dirette o indirette.

considerazioni finali

L'opera prima di Takeshi Kitano convince, ammalia, stordisce. La sensazione è di trovarsi fin da subito in una spirale di violenza senza via d'uscita dove non vi è redenzione né salvezza. La prova attoriale del regista è incredibile riuscendo a portare in scena un personaggio triste, decaduto ma per niente stereotipato ed il finale, anche se può essere prevedibile, riesce ad avere un impatto fortissimo grazie anche all'inserimento di particolari elementi che rendono la sequenza degna di essere studiata e capita. Kitano dimostra inoltre di avere un occhio cinematografico importante che gli fa scegliere quasi sempre il piano o il campo giusto. Violent Cop in sintesi è un'opera importante sia per il genere sia per l'originalità in cui viene messo in scena. Senza ombra di dubbio un grande film.











martedì 18 gennaio 2022

Un pensiero su Mademoiselle di Park Chan-Wook

Introduzione


Park Chan-Wook è un regista che seguo da moltissimi anni e di cui nutro profonda stima. Conosciuto principalmente qui occidente per "Oldboy" e altre due pellicole facenti parte della sua "trilogia della vendetta (Mr.Vendetta, Lady Vendetta), nel corso degli anni ha affinato la sua tecnica registica consegnandoci prodotti sempre più fini e delicati. Nel 2016 esce la sua ultima opera chiamata "Mademoiselle" che rappresenta la maturazione estetica del regista, quella che nelle opere precedenti ha sempre cercato di raggiungere.

Ogni piano o campo racconta una storia, ogni movimento di macchina trasmette una sensazione. Il tutto accompagnato da una fotografia pressoché ottima e da una musica che si inserisce sempre nel momento giusto. Difficile fare di meglio sotto questo punto di vista. 

Purtroppo però vi è una nota dolente che, per essere esposta con chiarezza ed imparzialità, richiede il racconto della storia. Chi dunque NON ha ancora visto il film è invitato a rimandare la lettura dopo la visione.

(da sinistra verso destra) Gli interpreti principali:Ha Jung-woo, Kim Tae-ri, Kim Min-hee, Cho Jin-woong


Le due amanti

Il film è ambientato durante l'occupazione giapponese in Corea degli anni '30. Sook-Hee è una ladra che, insieme ad altre donne, salva neonati orfani dalla strada per poi rivenderli al miglior offerente. Un giorno Fujiwara, il capo di questo traffico di umani, presenta alla protagonista un piano che garantirebbe ad entrambi la fine di quella squallida vita. Izumi Hideko è un'ereditiera di un grande patrimonio e Fujiwara, spacciandosi per conte, vorrebbe impossessarsene sposandola e poi facendola rinchiudere in una casa di cura. Sook-Hee, in qualità di aiutante, dovrò lavorare quindi per Izumi come ancella e cercare di convincerla a sposare l'uomo. Il piano, una volta attuato, sembra andare bene nonostante lo zio della contessa voglia anch'egli impossessarsi dei suoi averi.

Sook-Hee, durante la permanenza nella villa dell'ereditiera, si renderà conto di provare per quest'ultima un forte desiderio carnale. Le due in seguito si legheranno in maniera morbosa e finiranno per avere un rapporto sessuale molto intenso. La ragazza incomincia quindi a vacillare e non è più così sicura di voler seguire il piano del conte. La prima parte finisce con il conte che tradisce Sook-hee facendola rinchiudere in manicomio al posto di Hineko, che prendendo possesso dell'identità dell'ancella, scapperà con l'amato lontano dalle grinfie dello zio. Apparentemente i due erano in combutta fin dall'inizio e la povera ladra era solo l'agnello sacrificale per il guadagno di entrambi.

Una delle esibizioni di Hineko per lo zio ed il suo pubblico

La seconda parte inizia raccontando la storia dell'infanzia di Hineko e dello zio che, nel corso degli anni, l'ha cresciuta per intrattenere lui ed i suoi ospiti leggendo ed interpretando racconti erotici. Fin dall'inizio ci appare chiara la natura perversa e malvagia dell'uomo che addirittura arriva a punire le mani della bambina frustandole con un oggetto erotico.

Durante la crescita, la ragazza imparerà a distaccarsi dall'altro sesso. Per lei l'uomo non è altro che una creatura viscida e ripugnante, per molti versi stupida, da accontentare tramite spettacoli che hanno il solo scopo di smuoverne gli istinti più primordiali. Gli anni passano ed ecco che veniamo alla narrazione degli eventi presenti scoprendo come lei si era originariamente messa d'accordo col Conte e di come successivamente deciderà di mandare tutto all'aria per essersi innamorata della dama da compagnia.

Incomincia a delinearsi una storia più complessa, fatta di doppi giochi e colpi di scena. Alla fine della seconda parte abbiamo quindi il quadro generale della storia. Hineko e Sook-Hee, in seguito al loro amore appena sbocciato, rivelano a vicenda i loro piani originali. Le due donne studiano quindi un nuovo piano mentre apparentemente continuano a recitare la parte a loro assegnata. Arriviamo quindi allo snodo cruciale della trama che coincide con la fine della prima parte. L'ancella viene sì rinchiusa ma ora il film prosegue raccontandoci come la ragazza viene liberata dalle sue compagne, raggiungendo in seguito la sua amata con la quale prenderà il largo su di una nave verso un futuro migliore.


Hineko avvelena il conte con l'oppio

Siamo alla terza parte e qui vediamo la fine dello zio e del conte. Quest'ultimo, dopo essere stato tradito dalle due donne e consegnato a Kozuki, viene torturato. Oramai stanco e menomato, Fujiwara decide di uccidere entrambi fumando una sigaretta al mercurio nel piccolo sotterraneo che lo zio aveva adibito come sala delle torture.
La scena finale ci mostra le due intente a consumare un rapporto sessuale. Il giocattolo erotico che prima lo zio la usava per punire, si è ora trasformato da oggetto di dolore ad oggetto di piacere.

Tralasciando l'ottimo comparto tecnico che ho esposto nell'introduzione, a mio parere, l'opera di Park Chan-Wook, soffre sul punto di vista narrativo. Ad un certo punto il regista non lascia più parlare le immagini ma si abbandona alla continua necessità di spiegare ogni singolo colpo di scena ed evento che accade sullo schermo utilizzando i vari punti di vista dei protagonisti. Non resta molto da analizzare, da comprendere o da studiare; tutto è chiaro e limpido, lasciando lo spettatore senza una domanda od una riflessione. Forse, a parer mio, una narrazione più implicita avrebbe consegnato un film diverso, forse più godibile.

Un'altra cosa che non mi convince molto è l'epilogo della storia del conte. Capisco che le figure maschili sono qui tratteggiate in maniera negativa ma alla fine non comprendo perché il regista attribuisce a Fujiwara questo ruolo da "cattivo". Se guardiamo la cosa fino in fondo, l'uomo non era molto peggio delle due donne. Originariamente Entrambe erano disposte a sacrificare l'altra, l'unica cosa che impedisce ad entrambe di fare ciò è il loro amore appena nato ma, allo stesso momento, decidono per la loro libertà di sacrificare il conte.

Considerazioni finali


Mademoiselle è un film registicamente ottimo. Non annoia e riesce a scorrere bene nonostante le quasi tre ore di durata.Gli attori sono perfetti nel loro ruolo e nessuno è mai fuori posto.Nota di merito per lo zio interpretato da Cho Jin-woong.La sua ossessione per l'erotismo e la follia che lo accompagna alla fine viene rappresentato in maniera perfetta dall'attore, il quale ci consegna un personaggio veramente eccellente. Credo che il punto debole risieda in un soggetto non proprio eccezionale ed una narrazione fin troppo esplicita che non riesce a donare alla storia l'impatto che il regista avrebbe voluto. Un film che merita la visione, sicuramente non il migliore di Park Chan-wook ma comunque ottimo sotto molti punti di vista.




giovedì 18 gennaio 2018

Note dal Sol Levante - puntata 1

Yuji Ohno

Yuji Ohno



Il mondo dell'animazione giapponese ha sempre preso sul serio le sigle dei propri cartoni animati.
Ci sono moltissimi artisti talentuosi che hanno contribuito a creare vere e proprie pietre miliari toccando ogni genere musicale.
In questa puntata parleremo di Yuji Ohno e del suo fondamentale contributo musicale  al cartone animato giapponese qui noto col nome di "Lupin terzo".


Yuji Ohno nasce il 30 maggio 1941 ad Atami, città giapponese popolata da circa 37,000 abitanti della prefettura di Shizuoka famosa per le sue acque termali e per il suo pesce che consente alla città un ottimo ritorno economico dal punto di vista turistico.L'importanza di questa città, per noi italiani, deriva anche da un gemellaggio che avvenne fra la città giapponese e Sanremo nel 1976 ma di questo ce ne occuperemo in articoli futuri.

Il suo lavoro è stato fin dalla giovinezza legato alla realizzazione delle musiche per la serie animata di Lupin terzo.Il suo Jazz/ Funk fin dalle prime note risulta iconico e riesce perfettamente a riprodurre l'atmosfera dell'opera televisiva.

Senza ombra di dubbio la canzone più nota è "Theme From Lupin III" che, nel corso degli anni ha avuto molte versioni, risultando ogni volta "all'altezza" del periodo musicale in cui veniva registrata.
Qui sotto potete visionare la versione del 2015 fatta in occasione della nuova serie animata ambientata in Italia e che senza ombra di dubbio vi sarà molto gradita.



mercoledì 31 maggio 2017

Nevermind: un disco da (non) avere

Era il 1991 e nel mondo venne sganciata una bomba atomica musicale destinata a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica.
E' difficile parlare di Nevermind senza essere trasportati da quel sentimento apocalittico che lo avvolge.Oramai lo sanno anche i muri, Nevermind è stato lo spartiacque  nella musica in generale.Un disco che segna "un prima e dopo" e ,allo stesso tempo. una fine per un movimento che sembrava quasi inarrestabile ma andiamo con ordine.

Kurt Cobain, dopo una gavetta nei peggiori locali di Seattle, sforna un piccolo gioiello: Bleach.
Cattivo, senza compromessi e caratterizzato da testi sintetici e strillati con tutta la sua potenza nei suoi polmoni riesce a far valere il suo talento.
Kurt emerge cosi dalle umide cantine di Seattle e fa capolino nel mai stream musicale.
Venne poi il momento di incidere un nuovo album e di sostituire l'allora batterista che, secondo, Kurt, non offriva un suono abbastanza "potente".
Dopo aver salutato la Sub Pop ed essere approdati alla Geffen, i Nirvana incominciarono con il nuovo batterista Dave Grohl a registrare nell'aprile 1990 Nevermind.
Il lavoro durò fino al maggio dell'anno successivo dove, presso il "sound city studios" di Los Angeles, l'album fu completo e pronto ad essere immesso nel mercato.
Il successo grazie a singoli come "Smell like teen spirit" e " come as you are" fu immediato e proiettò i Nirvana fra i grandi del Rock ed il grunge era pronto a morire.

Vi sono molte differenze fra Bleach e Nevermind, molte sottile altre evidenti.Primo fra tutti il costo e la produzione.L'album di debutto costò a malapena 1000 dollari e fu registrato con lo stile "buona la prima" mentre il secondo costò la bellezza di 135.000 dollari e fu caratterizzato da un pesante processo di post-produzione.Butch Vig infatti sostituì Steve Albini come produttore e creo un sound decisamente più morbido e meno invasivo rispetto al precedente lavoro creando un album molto più radiofonico ed in un certo senso meno puro e grezzo.
Ho sempre visto nevermind come un album di transizione, un meno hardcore e graffiante, un disco col freno a mano tirato.
Criticare un disco che ha fatto la storia è molto difficile perché vi è il rischio di essere fraintesi e di non comprendere il messaggio di fondo ma quindi sarò diretto: Nevermind è un disco godibilissimo ma non un disco dei Nirvana.Non possiede la sporcizia e la "rozzezza" di Bleach, non ha il suo carattere ma soprattutto non è la volontà di Kurt.Troppo buono il suono,troppo pulito e molto orecchiabile che non sono caratteristiche di certo peculiari in un disco di Grunge.
E' un disco che ha avuto successo perché pieno di compromessi e perché arrivato nel momento giusto ma paradossalmente quelli che reputo come difetti hanno portato al successo il disco.
©2017 VentoeSussurro

"Il lettore medio di Rolling Stone ha sempre negato i percorsi sotterranei della musica, a meno che non diventassero una tranquilla possibilità a tutti".
Kurt Cobain - Diari