lunedì 5 dicembre 2022

I libri della saga di "The Ring"

La mia disamina sui film principali della saga di The Ring si è conclusa qualche settimana fa quando ho trattato "Ringu 0: the birthday". Esistono molti altri capitoli ma, per quanto riguarda la serie classica, possiamo dire di aver concluso. Per quanto riguarda quest'ultimi - che sono quasi tutti degli spin-off o delle rivisitazioni del mito di Sadako- ho intenzione di trattarli ma a tempo debito. Prima mi piacerebbe fare un riassunto di Koji Suzuki, l'autore dietro questa famosa saga.


Koji Suzuki

Koji Suzuki nasce nel 1957 ad Hamamatsu, città del Giappone situata nella parte meridionale dell'isola Honshu, nella prefettura di Shizuoka. Si laurea all'università di Shizuoka e successivamente insegna privatamente a casa mentre nel tempo libero si dedica alla scrittura di romanzi. Il suo romanzo d'esordio, "Rakuen" del 1990, descrive l'amore tra un uomo ed una donna di diecimila anni. Il racconto ottiene un buon successo e permette a Suzuki di vincere il Japan Fantasy Novel Award. Sarà però con "Ring" che otterrà un grandissimo successo grazie anche alla trasposizione cinematografica di Hideo Nakata. Successivamente, sulla scia del successo di "Ring", uscirà il seguito "Spiral" e poi "Loop". Nel 1999 sarà la volta di "Birthday", nel 2012 di "S" e l'anno successivo di "Tide". Attualmente scrive saggi riguardanti l'educazione dei figli e sembra per ora aver sospeso - al contrario delle varie trasposizioni cinematografiche del soggetto - le storie ambientate nell'universo di "The ring".

Come abbiamo letto i libri sono molti ma purtroppo qui da noi in Italia sono arrivati solo i primi tre offrendoci quindi solo metà della storia da lui scritta. Se a ciò aggiungiamo che quest'ultimi sono di difficile reperibilità, ne consegue che non sono molti a conoscere l'intero arco narrativo. La mia intenzione sarebbe quella di trattare almeno quelli arrivati da noi giusto per esporre le varie differenze fra film e romanzo che sono di notevole importanza.


Un pensiero su Secretary di Steven Shainberg (2002)


Secretary (2002) è quella punta di diamante nel panorama dei film erotici e romantici. Steven Shainberg è stato il regista di questo favoloso film (che è anche il suo più famoso) ma ha anche girato il drammatico "Fur-Un" (2006) e "Rupture" (2006). Il comparto musicale della pellicola è stato affidato ad un sempre magistrale Angelo Badalamenti conosciuto anche per il suo contributo all'intera serie di Twin Peaks.Il film infine è liberamente ispirata al racconto breve presente nella raccolta "Cattiva Condotta" di Mary Gaitskill.

La storia parla di Lee Holloway, ragazza appena uscita da una clinica psichiatrica a causa dell'autolesionismo. Tornata a casa, si rende conto che il mondo intorno a lei continua a farle male, in particolar modo il contesto familiare in cui è costretta a vivere, così rientra ancora una volta nella spirale di dolore dal quale credeva di essere uscita. Al matrimonio di sua sorella. incontra un vecchio compagno di classe che diventerà il suo fidanzato. Nel frattempo, volendo dare una svolta positiva alla sua vita, segue corsi di dattilografia superandoli brillantemente. Una sera mentre getta i suoi arnesi utilizzati per infliggersi del male, si imbatte in un foglio di giornale con degli annunci di lavoro.Decide così di fare un colloquio di lavoro come segretaria presso l'avvocato Edward Gray.L'incontro con l'avvocato si rivelerà decisivo nel cambiamento radicale della ragazza ma il resto lo lascerò scoprire a voi.


Quello che è il tema centrale della pellicola è la doppia vita che i protagonisti vivono per sopprimere il proprio Io. Non è facile coglierne le sfumature poiché, sin da subito, il nostro regista nasconde allo spettatore meno attento quello che vuole realmente comunicare. Superficialmente quindi il film potrebbe risultare un semplice omaggio al mondo BSDM e sulle sue problematiche ma, se esplorato a fondo, è in realtà un inno all'onestà e libertà in primo luogo con sé stessi.

La bellissima ma trascurata Lee, sopprime col dolore fisico la sofferenza causatogli della totale incuranza affettiva ed emotiva dei suoi genitori che, con i loro problemi, non fanno altro che mettere un peso sulle spalle alla ragazza. Gray invece sopprime col suo mestiere da avvocato, il sentirsi sminuito come uomo da una ex moglie prevaricante e ingombrante. Questo è dunque il filo conduttore fra i due, vittime di contesti opprimenti ma entrambi, tra un gioco erotico e l'altro, riescono a trovare la loro dimensione dove sono perfettamente bilanciati nelle loro fragilità. Quello che accade a Lee è una fioritura dell'anima. Lei è stata condotta nel suo centro grazie in primo luogo dall'oratoria di Gray successivamente alle pratiche fatte in comune. Le ha donato lo sguardo giusto su come non essere più vittima impassibile degli eventi tramutando il suo senso di volontà personale e un ritorno al proprio stato femminile(simboleggiato nel film dall'Orchidea).Adesso è lei a decidere consapevolmente come e quando fermarsi o subire dolore, le ha donato una follia controllata. La ragazza ha dimostrato a Gray quanto può essere importante non vergognarsi di ciò che si è e quindi a questo punto è riuscito a svelare sé stesso nell'atto del fare piuttosto che del dire. Perciò avendovi illustrato la natura dei protagonisti, potete ben capire che le scene BSDM sono soltanto un'espediente per farvi comprendere fino in fondo quanto i due si siano potuti salvare soltanto potendosi aprire nel modo migliore che conoscono, in un turbine che risiede in una linea sottile tra piacere e dolore controllato.

In conclusione, se cercate una pellicola sincera sul rapporto tra uomo e donna e su quanto possa essere importante e piena di responsabilità la vita di coppia - a volte non priva di follia- questa pellicola fa per voi. Se invece cercate un film copia della trilogia delle 50 sfumature - che ricordo è uscito successivamente - non riuscirete a cogliere - e di conseguenza apprezzare a pieno - la delicatezza delle note contenute e per niente volgari delle avances che la coppia si scambia durante la durata della pellicola. Se siete femministe incallite tacete o andate oltre, meglio ancora buttate via l'ipocrisia velenosa che contraddistingue questi tempi perché vi trovate di fronte ad una pellicola di una dolcezza ed onestà disarmante, dissacrando quello che sono i vostri preconcetti su cosa dovrebbe essere una relazione a due, ed a questo punto vi lascerei con una frase che pronuncia il terapeuta di Lee:
"A CHI SPETTA DIRE CHE L'AMORE DEBBA ESSERE MORBIDO O GENTILE?"


Recensione scritta dalla collaboratrice Giorgia Pacifico

martedì 29 novembre 2022

Un pensiero su Train to Busan di Yeon Sang-Ho (2016)

Il mondo del cinema è pieno film sugli zombi o sugli infetti. Sono talmente tanti che è difficile pure ad oggi quantificarli. Molti sono sono semplici film di genere che tramite lo splatter offrono un mero divertimento al pubblico, altri ancora - come ad esempio le opere di Romero - sfruttano quest'ultimo per mandare un messaggio socio politico allo spettatore. Il secondo caso riguarda Train to Busan, opera di Yeon Sang-ho uscito nei cinema coreani nel 2016.

Seok-woo è un consulente finanziario da poco separato che sembra, a causa del lavoro, avere poco tempo da dedicare alla piccola figlia, Soo-an. Un giorno la bambina esprime il desiderio che, per il proprio compleanno, possa andare a trovare la madre a Busan. Il padre, riluttante all'idea di far andare la piccola da sola, decide di accompagnarla. Una volta sul treno - un'epidemia che trasforma le persone in pericolosi infetti raggiunge il suo culmine ed i due - insieme ad altri sconosciuti, si troveranno a sopravvivere per arrivare sani e salvi a Busan, unica città che sembra essere al riparo da tale minaccia.

Prima di proseguire ricordo che questa è un'analisi di punti chiave della trama e che quindi anticipano eventi importanti. Prima di leggere questo articolo, sarebbe bene visionare prima la pellicola.

Train to Busan è un film che, come accennato nell'introduzione, sfrutta il genere per raccontare in realtà una storia ben più profonda e nasconde delle chicche interessanti. Prima di essere infatti una storia sugli infetti è una storia sulla natura e sulle relazioni umane.Non importa che vi siano eventi catastrofici o altro, anche gli eventi quotidiani possono destabilizzare la nostra normalità E' bene quindi tenere a mente che è proprio durante quest'ultima che dovremmo goderci un po' più le cose. Evitiamo una litigata senza senso, stiamo insieme alle persone a cui vogliamo bene ma soprattutto cerchiamo sempre di fare la scelta giusta quando ci si presenta l'occasione. Questo è quello che Train to Busan cerca di trasmettere ed è quello che, presi dal turbinio dalla vita moderna, non ci rendiamo conto. La pellicola in questo caso è realista, non da per scontato nulla né cerca il pessimismo ad ogni costo quanto cerca di sottolineare quanto l'altruismo è la chiave per una vita davvero degna di essere vissuta. L'esempio più eclatante è il magnate che sacrifica letteralmente tutti durante il suo percorso alla ricerca di una salvezza per poi morire in solitudine ed ucciso da colui che, durante l'avventura, ha compreso che l'altruismo permette di vivere in maniera profonda ed armoniosa. Quando quest'ultimo ci lascia - ricordandoci che essere buoni non è né una debolezza né purtroppo uno scudo invincibile- riesce però a farlo con l'immagine della figlia impressa negli occhi. Ecco quindi nascere la dicotomia fra i due personaggi necessaria a capire che non è importante sopravvivere a tutti i costi, quanto vivere avendo una buona morale e allora persino la morte non farà più paura anzi. Dimenticatevi inutili jump scare o momenti splatter, qui gli infetti fungono da catalizzatore per mettere la natura dei personaggi in mostra e, come avete potuto leggere, centra in pieno il bersaglio. Tornando a parlare del protagonista, possiamo interpretare il suo viaggio verso Busan come un percorso di redenzione e comprensione. E' molto triste vedere nei primi minuti un padre che non riesce a dialogare con la figlia né a comprenderne le esigenze ma soprattutto vivere una vita moralmente più accettabile. Il suo mestiere infatti - ricordandoci che è un consulente azionario - è quello di speculare sulle perdite altrui e di calpestare il più debole. Nella seconda scena del film lo vediamo vendere titolo azionari che potrebbero destabilizzare il mercato ma lui, incurante delle possibile conseguenze, prosegue nella vendita. Interessante notare come un suo sottoposto ad un punto del film si colpevolizza in quanto quei titoli potrebbero aver scatenato - anche se non direttamente - l'epidemia. Ecco un altro prezioso parallelismo che si palesa davanti a noi. Possiamo trovare un'analogia fra gli infetti e la classe più povera della Corea del Sud? Sì, forse Busan parla anche di questo, parla della classe dominante che, presa dai suoi affari, schiaccia il più debole fregandosene altamente di cosa potrebbe provare quest'ultima. Viviamo in un mondo estremamente capitalista che sembra andare sempre di più verso una direzione consumistica estrema. Tutto ha un prezzo ed in questo caso, persino la vita delle persone. Possiamo quindi sentire un sapore romeriano se analizziamo così l'opera. Ricordiamoci ancora le azioni del magnate. Il suo continuo e -non per niente casuale- "spingere" le persone verso gli infetti per salvarsi non è altro che spingere la classe più povera verso la rabbia della moltitudine. Lui si salva ingannando e indirizzando le persone verso la strada più pericolosa. Il suo egoismo è al limite del disgusto e la sua morte però è quanto di più tragica possa capitare. E' vero, vorremmo per soddisfare il nostro senso di giustizia, vedere quest'uomo fatto a pezzi ma quando si presenta davanti al protagonista infetto, in cerca d'aiuto e disperato per tornare dalla madre, non possiamo che provare una breve compassione. Anche le persone più disgustose hanno un'anima e questo la pellicola ci tiene a ricordarcelo. Un altro tema che ha a cuore il film è il tempo e come erroneamente molte volte lo sprechiamo rimandando. Il giovane giocatore di baseball è quasi infastidito dalla ragazza cheerleader che gli va dietro ma, durante gli eventi della pellicola comprende l'importanza che ha la ragazza nella sua vita. Il loro destino mette tristezza ma serve a ricordarci che la quantità di tempo non la decidiamo noi ed è bene quindi - ovviamente senza furia né azzardi - cogliere le occasioni che si presentano a noi. Alla fine chi sopravvive a questa tragedia? Una bambina ed una donna incinta. Non voglio premere troppo sui parallelismi rischiando di forzare un significato ma forse non sono stati scelti a caso. La speranza di un mondo migliore è in mano alla generazione che verrà perché la precedente ha dimostrato di non aver capito l'importanza del bene nel mondo. Ecco che quindi passiamo alla semplice canzone cantata dalla bambina nel finale che funge come ancora di salvezza per le due che altrimenti sarebbero rimaste uccise sotto i colpi dei militari.

Compreso che la chiave di lettura per il film è questa, passiamo al lato tecnico, forse quello di minore importanza di fronte ad una trama cosi potente ed impattante. Il regista dimostra durante tutta la pellicola di avere in mano la situazione anche durante le fasi più concitate. L'azione viene sempre seguita bene e, tenendo conto che gli attori recitano in uno spazio veramente contenuto, non era per niente facile. La macchina da presa sa indugiare sugli infetti specialmente quando quest'ultimi si muovono per attaccare e raramente quando sono fermi a non fare nulla per consegnarci una caratterizzazione di quest'ultimi veramente letale, aggressiva e rapida. Ci sono sequenze che ricorrono alla CGI e purtroppo qui notiamo che non è proprio di qualità eccellente ma, considerando tutti gli altri aspetti positivi, la considero una cosa da poco. Concludo citando l'ottimo montaggio che garantisce la film un ritmo davvero incredibile.


Gli attori dal canto loro riescono ad essere sempre convincenti, i loro personaggi sono ben delineati e non sono mai scontati. Nonostante il messaggio del film sia l'altruismo, questo non viene mai veicolato dai personaggi in maniera stucchevole risultando invece credibili ed affascinanti.

Train to Busan è un film che incoraggia la buona azione, la cooperazione fra essere umano ed alla lotta contro tutto ciò che è sbagliato e lo fa utilizzando come mezzo un "semplice" film sugli infetti. Un'ottima regia ed un cast convincente riescono ad elevare quest'opera ad alti livelli e senza ombra di dubbio questo film entra di diritto fra i migliori film sugli infetti degli ultimi anni.

lunedì 28 novembre 2022

Gli spiriti vendicativi del cinema orientale (Speciale)

Quando parliamo di Horror giapponesi, la nostra mente va automaticamente al Ringu di Hideo Nakata o al Ju-on di Takeshi Shimizu. Certo, i più esperti potrebbero anche - con giusta ragione - citare il Kwaidan di Masaki Kobayashi perciò è giusto analizzare cosa l'oriente considera "spaventoso" e come lo veicolo attraverso produzioni del genere.

La mitologia giapponese fra Kojiki e Shintoismo


Prima di tutto è bene sapere che il J-Horror - così come viene chiamato l'horror giapponese - attinge quasi sempre al folklore nipponico. Una mitologia ricca di simboli e creature che trovano origine in una delle opere più importanti giapponesi, il Kojiki. Il Kojiki - che significa letteralmente "vecchie cose scritte"- nasce in ambienti regali nell'VIII secolo ad opera di O no Yasumaro che, alla corte del sovrano Tenmu, venne redatto e consegnato circa 26 anni dopo alla nipote Genmei. L'opera narra la mitologia giapponese ed è quasi un tentativo per dare identità e lustro al paese e, in qualche modo, cementare un suo legame col divino. Nell'opera troveremo quindi i miti che faranno da pilastro portante alla cultura nipponica. Izanagi, Izanami, Amaterasu e Susanoo sono solo alcuni dei nomi degli antichi dei che affollano il Pantheon giapponese e l'opera non fa che altro che descriverci l'attività di quest'ultimi impegnati nella creazione del Giappone. Abbiamo riferimenti al confucianesimo ed al taoismo e incomincia a far capolino la religione principale del paese del Sol Levante, lo Shintoismo. Ecco che di conseguenza "compaiono" una serie di creature legate a miti o leggende che contribuiranno a rendere tanto ricca quanto affascinante la mitologia giapponese come ad esempio gli Yokai o gli Onryo. Comprendo benissimo che riassumere una argomento del genere in poche righe è quasi impossibile e mi scuso per le eventuali imprecisioni o omissioni ma questa introduzione era necessaria per portarci al prossimo argomento ed in seguito all'arte nel cinema giapponese.

Lafcadio Hearn e l'introduzione della cultura dello spettro giapponese in occidente


Lafcadio Hearn (1850 - 1904) fu un giornalista e scrittore irlandese naturalizzato giapponese che guadagnò popolarità per i suo scritti giapponesi. Un esempio è la sua opera principale ovvero "Kwaidan:Stories and Studies of Strange Things", libro in cui vi si trovano storie di Yokai ed altre leggende giapponesi. L'importanza di questi scritti è stata quella di aprire l'occidente ad una visione completamente diversa dalla loro riguardante il mondo degli spiriti ed è stato un tentativo estremamente importante in quanto non si limitava solo a questo ma anche ad offrire un'ulteriore visione di un Giappone preindustriale. Grandi scrittori ed intellettuali come George Orwell accusarono Hearn di "trans-nazionalismo" o di "esotizzazione" del Giappone ma ad oggi sappiamo per certo che senza il suo contributo sarebbe stato estremamente difficile per noi goderci oggi di uno strumento in grado di comprendere meglio il Giappone più remoto. Lo stesso Kobayashi attingerà al suo libro per la creazione del suo film citato nell'introduzione.

Abbiamo quindi la base folkloristica e uno dei più importanti divulgatori di questa materia. Ci manca ora di analizzare grazie a questi gli spiriti vendicativi del Sol Levante.


Gli Onryo, gli spiriti vendicativi


Gli Onryo sono un tipo di fantasmi (Yurei) che tornano di solito a tormentare i vivi. Le cause possono essere molteplici. Partiamo da una moglie abbandonata o uccisa fino ad una promessa infranta in punto di morte. In poche parole un essere umano che ha subito una qualche genere di ingiustizia causandogli la morte, torna per perseguitare il malcapitato. Mi rendo conto che ho semplificato molto ma allo stesso tempo di aver veicolato in maniera chiara la genesi di questa tipologia di spettri. Purtroppo molte volte accade che questo tipo di fantasmi, una volta morti, possano molte volte compiere una giustizia sommaria. E' il caso di Sadako o Kayako in cui le loro maledizioni non solo si posano sull'autore delle loro sofferenze ma anche su vittime innocenti che il caso le ha portate ad averci a che fare. Ritorniamo brevemente su Kayako. Nella pellicola la donna viene uccisa in maniera terribile dal marito infatti subisce sia la stroncatura del collo che la pugnalata a quest'ultimo che la porterà a fare il suo caratteristico verso. Lo spirito in seguito ucciderà il marito strangolandolo coi capelli ma, una volta fatto ciò, tornerà ad infestare nuovamente il luogo del suo omicidio per uccidere chiunque ci metta piede. In questo caso il sentimento rancoroso è il carburante inesauribile che porterà Kayako a vestire i panni della donna maledetta per sempre. Possiamo porci la classica domanda, è possibile mettere fine alla maledizione. In molti libri o pellicole di solito viene chiesto l'aiuto di un'esorcista ma anche lì il successo non è garantito.

Abbiamo visto quindi che promesse infrante, omicidi o altre azioni riprovevoli portano nell'horror giapponese a conseguenze disastrose di cui difficilmente la vittima può liberarsi. La negazione di questo argomento nella realtà è impossibile perché chiunque, in cuor suo, ha quella punta di superstizione che lo governa quotidianamente.





 

domenica 27 novembre 2022

Un pensiero su Old Boy di Park Chan-wook

Parlare di Old Boy dopo diciannove anni non è facile. Cosa dire che non sia già stato detto su una delle opere più impattanti di uno dei registi coreani più importanti se non cercare di dare la propria opinione su cosa ha rappresentato questo film. Ricordo di averlo noleggiato appena uscì in Italia in home video e, una volta averlo visto, di aver provato talmente tante emozioni da non saperle quantificare ma andiamo con ordine.

Oh Dae-soo è un normalissimo uomo che ad un certo punto della sua vita viene rapito da sconosciuti e tenuto sotto chiave per quindici anni. Durante questo periodo cercherà di scoprire l'identità dei suoi rapitori ma, dopo vari tentativi falliti, vi rinuncerà ed incomincerà ad ideare un piano di fuga. Per non impazzire del tutto, a causa della solitudine della prigionia, si prenderà cura del suo corpo tramite vari allenamenti e praticherà un po' di boxe. Fra un pasto di ravioli e l'altro mediterà anche la vendetta verso chi lo ha condannato a tale ingiustizia fino al giorno in cui, senza nessuna spiegazione, viene rilasciato.

Questa è in breve la sinossi del film e già da qui possiamo intravedere l'originalità del soggetto. Bisognerà però andare ancora più avanti per sviscerare il significato dell'opera e quindi, chi ancora non abbia visto questo film, dovrebbe evitare di leggere da qui in avanti.

Una volta libero Dae-soo incomincerà una caccia all'uomo. Molte sono le domande che vorrebbe fargli ma una fra tutte gli ronza particolarmente in testa, perché ha dovuto scontare una pena così dura, lui uomo dalla vita semplice? Dopo varie indagini scopre il palazzo dove gli aguzzini lo tenevano, interroga il capo ma non arriva a nulla. Viene solo a sapere che qualcuno ha pagato per far sì che lui stesse quindi anni chiuso. Nonostante i rapitori compiessero quasi giornalmente operazioni del genere, Dae-soo è l'unico che è restato cosi tanto tempo dentro. Aveva saputo tutto quello che c'era da sapere ed escluso la dubbia attività di queste persone, era chiaro che loro non c'entravano nulla. Nel frattempo fa la conoscenza di Mi-Do, una giovane cameriera in un ristorante ed istaurerà con lei una relazione. L'uomo cerca ancora di proseguire la sua ricerca e scopre che un tale Lee Woo-jin, un potente uomo d'affari, è l'artefice di tutto. Dopo altrettante vicende i due si confrontano nell'attico di Woo-Jin e quest'ultimo incomincia a raccontargli la motivazione dietro tutto ciò. Dae-soo e Woo-jin frequentavano da adolescenti lo stesso istituto scolastico quando un giorno, il nostro protagonista, vede Woo-jin e sua sorella appartati in una classe in atteggiamenti intimi. Incapace di trattenersi, Dae-soo riferì tutto ad un suo amico e, dopo qualche giorno, le voci dello strano rapporto fra fratello e sorella incominciano a fare il giro dell'istituto. La sorella, che si era convinta di essere incinta, si suicidò lanciandosi da un ponte, lasciando Woo-Jin nel dolore. Quest'ultimo una volta finito di raccontare la storia aggiunge un dettaglio ancora più raccapricciante. La figlia che tanto cercava, era in realtà la stessa Mido. Quest'ultima infatti era stata ipnotizzata a finché si innamorasse di Dae-soo, suo padre, e riuscendo quindi a far completare il piano diabolico a Woo-jin. In preda alla disperazione Dae-soo promette di essere quello che vuole per l'uomo ma lo implora di non rivelare mai la verità alla ragazza. In un impeto di disperazione arriva pure a tagliarsi la lingua stramazzando al suolo. Woo-jin fa un'ultima risata e si allontana uscendo dall'attico. Una volta in ascensore, tira fuori una pistola e si spara alla tempia. Il film si conclude con Dae-soo che osserva con occhi spenti un paesaggio innevato con accanto Mi-Do. Non si sa bene quanto sia passato ma a noi questo non importa. Rimane solo un'estrema sensazione di tristezza.

Old Boy come avete letto è un film crudele, violento e triste. In questa vicenda non esistono eroi né antagonisti quanto una serie di situazioni grottesche e molte volte inspiegabili. Riflettiamo però bene e cerchiamo di capire il film rispondendo ad alcune domande. Prima di tutto questo è il secondo film della cosiddetta trilogia della vendetta dove Park Chan-wook esplora questo tema con una minuzia incredibile. Di chi è in questo caso la vendetta? Ad una prima visione siamo ingannati nel pensare che sia Dae-soo a perseguire vendetta contro Woo-jin e, anche se alla fine, quest'ultimo rivela la verità noi siamo sempre dalla parte nel protagonista. Riflettiamo però attentamente e vediamo la cosa dal punto di vista del suo nemico.

Woo-jin prova qualcosa di più che un semplice affetto per la propria sorella e non sta a noi giudicare se questo sia giusto o sbagliato. Il desiderio che prova è anche carnale e il rifugiarsi fra il seno della sorella ci trasmette qualcosa che va al di là del semplice piacere carnale, qualcosa di più materno. Non sappiamo infatti la storia familiare di Woo-jin; magari aveva solo la sorella come punto di riferimento affettivo oppure no ma noi non potremo mai saperlo se non che, nel momento in cui muore la ragazza, qualcosa dentro il ragazzo va in pezzi, forse il cuore e forse anche la mente. Aspetterà anni prima di essere nelle condizioni giuste per poter mettere in pratica la sua vendetta contro l'uomo ritenuto colpevole di aver ucciso sua sorella. E' vero, Dae-soo materialmente non compie l'omicidio ma parla e molte volte la parola può uccidere. Ecco che la vendetta si compie in due parti. La prima è la reclusione di Dae-soo. Forse i quindici anni non sono a caso ma sono il periodo con cui Woo-jin ha dovuto avere a che fare prima della vendetta e la seconda è il rapporto che artificiosamente lo costringe con la figlia. Perché incesto non è solo fra fratello e sorella ma anche fra padre e figlia fino alla terza parte, completamente non voluta da Woo-jin dove il protagonista si taglia la lingua oramai consapevole che non quest'ultima non solo ha condannato sé ma anche Mido. Una volta che però Woo-jin ha ottenuto la sua vendetta decide di far calare il sipario sulla sua vita. Credo che quello che aveva tenuto in vita l'uomo fino ad ora non era altro che la vendetta ma una volta ottenuta il suo scopo di vita sia venuto meno. Era la vendetta incarnata, qualcosa che non poteva esistere più una volta nutrita. Woo-jin quindi era tutto ciò e non poteva più andare avanti, la sua stessa esistenza era stata costruita per quel momento. Durante la storia veniamo inoltre a sapere che l'uomo soffriva di problemi cardiaci. Non so se sia voluto o meno dal regista ma io vi ho letto un significato profondo. Il cuore è considerata la sede poetica dei nostri sentimenti e una sua malfunzione la possiamo imputare al continuo desiderio di vendetta maturato per anni e dal dolore provocato una volta morta la sorella .Per quanto riguarda Dae-soo possiamo dire che, come suggerito da Woo-jin, i due troveranno il modo di amarsi perchè in fin dei conti è quest'ultimo che importa realmente.

Park Chan-wook mette in piedi questa tragedia esistenziale e crudele con una regia, fotografia e montaggio perfetti. Il film ha un ritmo incredibile e non accenna mai a frenare. E' un continuo turbine di emozioni fino alla fine. Ci sono inquadrature degne da manuale del cinema e un piano sequenza che, per molti appassionati di cinema, è entrato di diritto nella storia di quest'ultimo. L'interpretazione degli attori è stellare e molte volte sembrerà di toccare questi personaggi da quanto sono sviluppati bene.

Old Boy è un film crudele, a tratti sadico ma anche di dotato di una profondità rara. Park Chan-wook ci consegna una storia destinata a rimanere impressa per sempre negli spettatori e firma uno dei capolavori del cinema coreano.




giovedì 24 novembre 2022

Un Pensiero su I'm a Cyborg, but that's ok di Park Chan-Wook (2006)

Il mondo di Park Chan.Wook è un mondo strano, grottesco e dalla violenza sconcertante. La sua trilogia della vendetta incarna perfettamente tutti questi aggettivi consegnandoci film dal sapore dolce amaro. Ad una prima impressione fa quindi un po' strano vedere Park Chan-Wook alle prese con una commedia romantica come I'm a Cyborg, but that's ok (I'm a Cyborg d'ora in avanti) in quanto il regista sembra allontanarsi dalla sua confort zone per consegnarci un'opera dai tratti diversi. In realtà, I'm a Cyborg è Park Chan-Wook al 100% sotto mentite spoglie.



Young-goon è una giovane ragazza che è cresciuta insieme alla nonna. Il rapporto fra i due è molto forte tanto che la ragazza soffrirà molto il giorno in cui la nonna, a causa della sua schizofrenia, verrà portata in un istituto mentale. Negli anni successivi la ragazza, mentre si trova sul posto di lavoro, si taglia le vene e vi infila dei cavi elettrici perché convinta di essere un cyborg. In realtà, questa convinzione è antecedente all'incidente ma di questo ne parlerà il film successivamente. Purtroppo però questo suo gesto la porta a finire a sua volta in un istituto mentale dove farà la conoscenza di Park Il-Soon, un cleptomane sociopatico che ha la paura di svanire. I due iniziano a instaurare un rapporto atipico che li porterà a vivere situazioni paradossali.

I'm a Cyborg si presenta apparentemente quindi come una commedia romantica leggera ma, come citato già all'inizio, in realtà questa è una maschera che il regista abilmente riesce a mettere al film. Durante infatti la prima parte l'opera si mostra diversa rispetto ai primi minuti. Incominciano a far capolino le riflessioni, i problemi esistenziali ed una forte dose di violenza. Sì, perché durante le sue allucinazioni, la protagonista immagina di fare stragi di dottori nell'istituto in quanto ritenuti da lei colpevoli di aver preso sua nonna. Ecco che dunque emerge, anche se sotto mentite spoglie, la violenza che caratterizza il regista. Vi saranno infatti momenti di puro esistenzialismo dove la protagonista si interrogherà sul suo scopo nella vita e successivamente come realizzarlo. Nel mentre il rapporto con Park Il-Soon si solidifica fino al momento in cui quest'ultimo aiuterà la ragazza a riprendere a mangiare in un modo assolutamente originale che non voglio svelare.

I'm a Cyborg riesce anche ad alternare momenti di ilarità come ad esempio le risse per futili motivi fra i pazienti a dolori ricordi che la protagonista ha della nonna. Perché se è vero che il film non dice in maniera esplicita cosa possa aver causato questa patologia nella ragazza è altresì vero che lo sussurra allo spettatore con scene molto ricercate. Prendiamo ad esempio le regole del perfetto cyborg che Young-goon segue; non avere compassione, non emozionarsi e non fantasticare sono solo alcune delle imposizioni che la protagonista fa su sé stessa. Queste regole non sono altro che il frutto di un adolescenza purtroppo malsana, vissuta in un ambiente dove non vi era una d'espressione. La madre sempre molto lontana dalla figlia - a causa dell'attività che possedeva - spingeva la figlia a non dire a nessuno che lei pensava di essere un cyborg. Ecco che quindi una normale fantasia da bambini, si trasforma in una nevrosi. Le regole citate poc'anzi sono infatti rappresentate nella sua mente con un libro di illustrazioni per bambini segno che il trauma è avvenuto in quel periodo. Risolutivo sarà la confessione che la ragazza farà alla dottoressa verso la fine del film. Per il medico infatti non c'era nessun problema ed aprirsi e, avere fiducia, è il primo passo verso la guarigione.

La guarigione che però intende questo film non è tanto la fine della nevrosi quanto accettare la natura di sé stessi - o di quello che pensiamo di essere - e di vivere nel bene e nel male la nostra vita. Il finale da questo punto di vista è quanto più di poetico Park Chan-Wook abbia scritto. Un arcobaleno appare dopo una tempesta e se con molta fantasia lo osserviamo bene ci ricorda un cavo elettrico che collega il cielo e la terra.

Alla fine del film rimarranno molte domande allo spettatore "i due ragazzi hanno trovato una felicità duratura?", "La protagonista riuscirà a "guarire"?" A noi però queste domande non ci dovrebbero interessare. Non importa aprire manuali di psicologia per comprendere che il messaggio del film è quello che in sordina viene ripetuto per tutta la pellicola "nel bene e nel male bisogna vivere".

Passando al lato tecnico cosa dire della regia di Park Chan-Wook? il regista come al solito dimostra di avere un occhio poetico incredibile, ogni scena non è mai fine a sé stessa ma comunica uno stato d'animo o veicola un messaggio da cogliere. Quando decide di zoomare, lo fa per accentuare la comicità di una situazione e quando decide di muovere a spalla la telecamera riesce sempre a stare dietro l'azione evitando di perdersi in inutili giri. La meravigliosa fotografia accentua la vena leggera ma importante dell'opera. Passiamo da dei toni accesi ma asettici come il rosso a dei delicati verdi veicolati da una grande scenografia. La messa in scena è ottima ed il montaggio, si prende i suoi tempi, rendendo il film lento ma godibile.

I'm a Cyborg è un film che tocca vette altissime. Temi come ad esempio la salute mentale e l'esistenzialismo umano sono trattati con il massimo rispetto e con quella vena ironica che non guasta mai per non appesantire l'argomento. Park Chan-Wook riesce ancora una volta a dare il meglio di sé con un'ottima regia dal sapore onirico e con una fotografia a dir poco fantastica. Una pellicola che consiglio di recuperare per riuscire ad apprezzare quanto di bello può fare il cinema. I'm a Cyborg fa star bene l'anima.


martedì 22 novembre 2022

Un Pensiero su Ju-on di Takeshi Shimizu (2000)


L'horror giapponese si distingue principalmente da quello occidentale per le tematiche che affronta dagli elementi che possiede, unici nel suo genere. Quest'ultimo infatti attinge a piene mani alla mitologia del Sol Levante rappresentata da Yokai, scintoismo e sciamanesimo. Uno dei film più rappresentativi in questi tempi moderni è sicuramente Kwaidan di Masaki Kobayashi uscito nelle sale giapponesi nel 1964 oppure, se vogliamo prodotti più recenti, Ringu di Hideo Nakata  o Ju-On di Takashi Shimizu. Dato che di Ringu ho trattato ampiamente nelle settimane scorse, vorrei ora parlare di Ju-On e di come per me abbia contribuito a creare l'archetipo della casa infestata in salsa orientale.

Come già detto poco fa, Ju-On è stato girato da Takashi Shimizu. Uscito in Giappone nel 2000, il film è stato in grado di catturare l'immaginario collettivo giapponese ed a riscuotere un discreto successo tanto che la saga conta ad oggi numerosi remake e spin-of.


La storia di Ju-On è esplorata attraverso i punti di vista di sei personaggi che per motivi volontari o involontari si troveranno ad esplorare una casa maledetta dove sembra si sia consumata una violenta tragedia. Nella cultura giapponese infatti, chi muore in maniera violenta e rancorosa, finisce per non trapassare del tutto ma rimane ad infestare il luogo della sua dipartita per un tempo che a noi non è concesso sapere. Questo tipo di spettri vengono chiamati Onryo e sono spiriti vendicativi che uccidono indiscriminatamente i vivi. I protagonisti quindi si troveranno faccia a faccia con Kayako, uno di questi spettri, e suo figlio Toshio che sembra anche lui vittima di questo destino. Una storia quindi già dalle basi crudele e triste di cui è difficile pensare ad un epilogo felice. Man mano che scopriremo il destino riservato ai protagonisti, saremo anche testimoni di importanti retroscena circa l'origine della maledizione ma, per comprendere ciò, bisognerà fare molta attenzione dato che il film ha una linea temporale tutta sua. Fra un protagonista e l'altro potrebbero passare mesi oppure anni e, anche se apprezzo questo tipo di narrazione, devo dire che qui risulta un po' confusa. Escluso questo difetto reputo Ju-On un grande film di atmosfera. Se è vero che il montaggio è lento è altresì vero che possiede un'atmosfera unica nel suo genere. I movimenti di camera sono sempre ben dosati e creano la giusta tensione ma credo che il lavoro più grande lo faccia Takako Fuji, l'attrice che interpreta Kayako. Al tempo infatti oltre ad essere attrice e doppiatrice, era anche una ballerina ed una talentuosa contorsionista, qualità che gli ha permesso di rappresentare lo spettro in maniera inquietante. I suoi infatti sono movimenti fatti di scatti nervosi e pose innaturali. Vederla mentre scende le scale è quanto più di inquietante ma anche di affascinante che si possa osservare ed il trucco che possiede dona al tutto un aspetto caratteristico.

Ju-On è un film che ha dalla sua una grande atmosfera. La storia che racconta appassiona ma allo stesso tempo potrebbe rischiare di confondere lo spettatore più disattento. La performance di Takako Fuji (Kayako) è la caratteristica che però innalza la pellicola e senza ombra di dubbio ha contribuito ha creare nel corso del tempo la figura della donna maledetta che cerca vendetta nel mondo esterno.


lunedì 21 novembre 2022

Un pensiero su Ringu 0 di Norio Tsuruta (1999)


Un pensiero su Ringu 0 di Norio Tsuruta (1999)


La saga di Ringu ha sempre posto all'attenzione dello spettatore la misteriosa Sadako in modo sottile ed implicito. Molte opere orientali, a differenza di quelle occidentali, preferiscono infatti mediare messaggi e significati attraverso silenzi ed immagini che attingono al ricco folklore che l'oriente possiede.
Ringu non è mai stato spaventoso, splatter o disgustoso, al contrario ha sempre giocato con il mistero e la natura del non visibile. Alla fine infatti del primo capitolo della serie, molte sono le domande che rimangono senza risposta. Chi è Sadako? Da dove proviene? Perché ha deciso di incarnare una natura così vendicativa e distruttiva? Le risposte non sarebbero arrivate fino al capitolo di cui parlerò oggi, Ringu 0:Birthday.

Sadako durante una performance
La storia di Ringu 0 inizia circa trenta anni prima dagli  eventi accaduti nel primo Ringu. Sadako è una ragazza  che tenta di sfuggire ad un potere oscuro che ha dentro di lei e di cui non si sa dare nessuna spiegazione. Per fare ciò decide di trasferirsi a Tokyo ed unirsi ad una compagnia teatrale con cui spera di cominciare una vita per lo meno decente. Le cose sembrano andare bene fino a quando una persona proveniente dal suo passato non compare, mandando in frantumi il delicato equilibrio raggiunto.

Sadako sta per essere gettata nel pozzo
La regia di Tsuruta è pulita e quadrata, con una fotografia ed un montaggio molto buono. Il ritmo del film infatti, pur non essendo veloce, scorre bene. I movimenti di camera sono dolci e gentili e la macchina da presa si sposta sempre molto lentamente. Non ci sono virtuosismi sul fronte tecnico ma ci troviamo di fronte ad un regista che fa bene il suo lavoro.
Per quanto riguarda la recitazione, spicca senza ombra di dubbio Yukie Nakama che riesce a creare una Sadako convincente con cui gli spettatori proveranno presto empatia . In questo film infatti Sadako viene, per motivi che preferirei non esporre in questo articolo, umanizzata e le risposte alle domande che ho esposto poco fa trovano finalmente risposta. Rispondere a quest'ultime ha richiesto però di cambiare natura alla serie. Ringu 0 infatti prima di essere un horror, è un film drammatico, un thriller a tratti anche esistenziale. La fuga di Sadako da un passato doloroso, il suo perenne tentativo di controllare una forza che non capisce, le continue ingiurie a cui è sottoposta. Tutto ciò infonde alla pellicola una tristezza ed una profondità che quasi non ci si aspetta. Credo che compiere una scelta del genere sia stata importante per dare ulteriore spessore alla serie. Alla domanda "Questo passato così drammatico di Sadako non rischia di creare una dissonanza con i primi due film?" rispondo con un sicuro "no". Anzi, penso che rivederli dopo aver visionato questo capitolo, ce li faccia godere di più. 

Sadako viene infastidita con una fotocamera
Ringu 0 è un film che non può mancare agli amanti del thriller e del mistero. Gli estimatori di Ringu troveranno senza ombra di dubbio interessante questo tassello che compone il pittoresco mosaico dell'universo di Ringu. Una regia solida ed una storia straziante completano il tutto offrendo allo spettatore un'esperienza godibile. Se vi aspettate grandi spaventi o un semplice film horror, passate oltre perché qui si parla della natura dell'uomo, delle azioni di quest'ultimo e di altri temi che difficilmente possiamo incontrare nel cinema occidentale che mira allo spavento semplice. 




giovedì 27 ottobre 2022

Un pensiero su Ringu 2 (1999) di Hideo Nakata

 Un pensiero su Ringu 2 (1999) di Hideo Nakata

Dopo il fallimento di Rasen, la produzione corse ai ripari producendo in fretta questo nuovo secondo capitolo nella speranza questa volta di fare centro. Per l'occasione venne richiamato alla regia Hideo Nakata e, in meno di un'anno, Ringu 2 arrivò nelle sale giapponesi.


La trama inizia nuovamente dove si era interrotto il primo capitolo. Mai Takano, cerca la ex moglie ed il figlio di Ryuji Takayama (l'uomo a cui faceva da assistente) per comprendere le motivazione della morte improvvisa di quest'ultimo. Una volta trovata Reiko e suo figlio Yoichi, instaura col bambino un rapporto forte ed importante ed insieme i due affronteranno un viaggio per mettere fine definitivamente alla maledizione di Sadako.


Tornato nuovamente alla regia Hideo Nakata mostra nuovamente le finezze che hanno caratterizzato il primo capitolo. Silenzi, montaggi ed effetti speciali sono tutti gestiti bene e, anche se non c'è un vero e proprio salto di qualità nella regia comprendiamo come il regista conosca bene il genere e sappia trattarlo. A differenza di Rasen infatti, il thriller e l'horror si mescolano alla perfezione creando un'atmosfera ben riuscita purtroppo però, questo secondo capitolo non è esente dai difetti. Sul lato narrativo infatti le domande rimangono molte, una fra tutte "perché improvvisamente ogni personaggio di questa pellicola sembra possedere poteri sovrannaturali?" Mai Takano mostra in questo capitolo delle capacità simili a quelle del professore Takayama; Un' aggiunta che reputo dell'ultimo momento dato che nel primo capitolo non si era minimamente accennato a ciò. Come se non bastasse pure Yoichi, che è il vero protagonista di questo film, possiede poteri psichici. In entrambi i casi non vengono date spiegazioni sufficienti e lo spettatore si convince alla fine che tutti quelli che hanno avuto a che fare con Sadako sviluppano tali poteri. Se aggiungiamo a ciò che pure Masami Kurahashi (l'amica della prima vittima di Ringu) possiede energie simili, ne concludiamo che il film ha premuto troppo su questo aspetto rendendo il paranormale alla portata di tutti andando a sminuire una caratteristica che solo Sadako avrebbe dovuto possedere. 

Un altro problema riguarda l'origine della maledizione in cassetta. Da nastro maledetto, unico nel suo genere, diventa alla portata di tutti. Viene affermato infatti che chiunque potrebbe ritrovarsi nella propria videoteca una copia del nastro rendendo quindi questa maledizione troppo dispersiva per essere gestita anche se, come afferma la ragazza che lo rivela, i ragazzi continuano a copiare e passarsi la cassetta in continuazione. Non ho molto apprezzato quest'ultima dinamica introdotta in quanto mi sembra abbastanza irreale. Possibile fra tutte queste persone, non ce ne sia stata almeno una scettica che poi successivamente sia morta? Davvero tutti credono immediatamente alla storia del video? Mi sembra un po' troppo azzardato, evidentemente gli sceneggiatori volevano rafforzare la leggenda urbana di Sadako nella pellicola non facendo i conti però con gli esiti che sarebbero potuti accadere.

Terzo ed ultimo problema riguarda la natura stessa della maledizione che ora assume un ruolo diverso. Infatti non è il video che uccide ma sembra che sia una sorta di energia negativa che rimane nell'individuo una volta che questo ha visionato il video. Ishi Kawajiri, uno dei professori dell'università dove lavorava Takayama, sviluppa un metodo per liberare le persone come Yoichi da eventuali influssi malefici. Una specie di esorcismo tecnologico. Se da un punto di vista narrativo poteva anche interessare, dal lato pratico quest'ultimo argomento è trattato per troppo tempo rischiando di annoiare lo spettatore fra esperimenti e dimostrazioni varie. Certo, siamo ben lontani dal Virus di Rasen - una delle cose più criticate del film - ma rimane comunque un elemento che contribuisce a rendere più "terrena" la forza di Sadako


Ringu 2 è un secondo capitolo che riesce a malapena a reggersi sulle sue gambe e sembra si regga sulla fama del primo capitolo. Certo, è un seguito, e come tale è giusto che riprenda molte tematiche e personaggi ma la pellicola non approfondisce in maniera soddisfacente i personaggi del primo capitolo. Se a ciò aggiungiamo una recitazione non proprio esaltante, ci troviamo di fronte ad una pellicola che esce a malapena dalla mediocrità. Consigliato a chi è amante del genere e per chi è curioso come apparentemente Sadako venga sconfitta.








martedì 25 ottobre 2022

Un pensiero su Rasen (1998) di Joji Lida, il sequel perduto di Ringu

 Un pensiero su Rasen (1998) di Joji Lida, il sequel perduto di Ringu


Prima di parlare di Ringu 2 - seguito oramai ufficiale del primo capitolo - è bene parlare di Rasen in modo tale da dare al lettore un contesto chiarificatore di cui potrebbe necessitare se volesse recuperare la quadrilogia di Ringu.

Rasen inizialmente nasce come sequel diretto a Ringu, non a caso è stato girato e distribuito nelle sale nello stesso periodo dell'opera prima ma ha un problema. Nonostante attingesse all'opera di Koji Suzuki, si rivelò un completo fiasco e questo portò la produzione a preparare in fretta e furia un altro secondo capitolo. I motivi di tale insuccesso sono molti e cercherò di evidenziarli in maniera chiara nell'articolo ma prima, un breve incipit della trama.


Dopo gli eventi accaduti nel primo film, il corpo del professore Ryuji Takayama viene sottoposto ad una autopsia da uno dei suoi amici, il patologo Mitsuo Ando il quale scopre un messaggio cifrato all'interno del suo stomaco. Reiko, la moglie del professore e suo figlio Yoichi risultano invece vittima di un incidente stradale misterioso. Poco tempo dopo il patologo viene a scoprire della maledizione della cassetta e, spinto da curiosità, decide di visionarne una copia. 


La regia di Rasen, pur essendo basilare come quella di Hideo Nakata, non riesce comunque a veicolare nessun tipo di messaggio. Non vi è nessuna finezza tecnica né costruzione quadrata; Alla fine del film dubiterete persino di aver visto un horror o un thriller dato che i due generi non sono minimamente presenti nella pellicola. Durante la pellicola verranno introdotti elementi che messi insieme creeranno un confusionario puzzle ma soprattutto tenderanno a decostruire il concetto di maledizione del primo capitolo sostituendolo con elementi più terreni. La rinascita carnale di Sadako e la sua identità androgina potevano anche essere elementi interessanti su cui fondare la pellicola ma sono tutti trattati in maniera troppo superficiale e con una scrittura veramente insufficiente. Proprio a causa di quest'ultima infatti il messaggio finale non arriva completamente allo spettatore o, se lo fa, lo lascia ancora di più nella confusione. Infine per quanto riguarda gli attori devo dire che non ricordo nessuna interpretazione memorabile anzi molte volte mi sembrano molto sottotono.

Rasen è un film che purtroppo si fa carico di un' eredità troppo pesante. Da qualunque parte lo si guardi non risulta minimamente sufficiente ad intrattenere lo spettatore. Una scrittura completamente confusa, unita ad una regia veramente scadente, lo rendono purtroppo un prodotto evitabile. Consigliato solo a chi voglia recuperare proprio tutto dell'universo di Ringu, gli altri possono tranquillamente passare oltre.






lunedì 24 ottobre 2022

Un pensiero su Ringu (1998) di Hideo Nakata

Un pensiero su Ringu (1998)


Chi legge questo blog conosce bene la mia passione per il cinema orientale, tanto da dedicargli una sezione apposita per trattare tali opere. Era quindi questione di tempo prima che trovassi il tempo di visionare e scrivere un articolo che parlasse di Ringu, thriller/horror del 1998 diretto da Hideo Nakata, tratto dall'omonima opera cartacea di Koji Suzuki.

Reiko Asakawa è una giornalista che sta indagando sulla morte apparentemente inspiegabile di sua nipote e di alcuni ragazzi che pare essere stati vittima di una misteriosa leggenda urbana riguardante una videocassetta. Pare infatti, che chiunque guardi il contenuto di quest'ultima, sette giorni dopo morirà inspiegabilmente. Dopo aver visionato il video insieme al suo ex marito Ryuji Takanama, decide di trovare un modo per spezzare definitivamente la maledizione. Il tempo è poco e ad aumentare l'urgenza del tutto vi è anche il fatto che suo figlio, Yoichi Asakawa, ha visto la videocassetta.

Prima di addentrarci nell'analisi del film, parliamo del suo regista. Hideo Nakata fa il suo debutto nel 1992 con "Honto ni atta kowai hanashi: Jushiryou", una raccolta di tre corti che parlano di tematiche soprannaturali. Quattro anni dopo, nel 1996, dirigerà "Don't Look Up" dove incominciamo a vedere già una versione embrionale di Sadako ovvero della figura folkloristica giapponese chiamata "Yurei" ma di questo ne parleremo dopo. Dopo una breve pausa nel 1997- dove collabora alla realizzazione di "Gakkô no kaidan F"- è la volta, l'anno dopo, del film che lo renderà famoso ovvero "Ringu". Abbiamo quindi un regista che ha lavorato per molti anni con queste tematiche e conosce bene come gestire queste figure folkloristiche.

In Ringu osserviamo una regia minimalista, quasi da serie TV, ma non priva di una quadratura generale. Le poche volte che appare Sadako non sono mai per spaventare lo spettatore ma per metterlo a disagio. Pochi movimenti di camera, centratura del demone nell'inquadratura ed una performance ben riuscita di Rie Ino'o (l'attrice che interpreta Sadako), riescono nell'intento di trasmettere l'ansia necessaria affinché il tutto funzioni. Solo una volta vediamo un dettaglio di Sadako ed è terrificante. Per il resto della pellicola Nakata preferisce concentrarsi su inquadrature a mezza figura facendo "respirare" l'attore ma evitando di rinunciare alla scenografia costruitagli attorno. Grazie a ciò vi è una costante sensazione di oppressione e di urgenza perfettamente in linea con la storia narrata dalla pellicola. Chiarito che dal punto di vista registico il film è ben fatto torniamo alla storia e rispondiamo ad alcune domande.

Prima di esplorare ulteriormente il film chiariamo subito cosa rappresenta Sadako e che tipo di spirito giapponese rappresenti. Questo perché molte volte alcune azioni dei protagonisti ci potranno sembrare strane. Una delle domande che può farsi lo spettatore è: perché i due protagonisti vogliono a tutti i costi trovare il pozzo dove pare essere stata uccisa la ragazza? La risposta è semplice: lo Yurei è lo spirito di una persona che in vita è stata vittima di un omicidio o di un suicidio. Non trovando pace nel mondo degli spiriti, ecco che si trasforma in uno spirito vendicativo portatore di odio e rancore. Di solito queste vittime, a causa della natura della loro morte, non hanno ricevuto nessun tipo di rituale per prepararle all'aldilà. Ecco che quindi i protagonisti, trovando il cadavere di Sadako, sperano che offrendogli una degna sepoltura possano porre fine a tutto ciò. I protagonisti però vengono ingannati perché in realtà pare che allo spirito non interessi tale questione infatti con la morte di Ryuji Takanama, Reiko comprende che il motivo per cui lei è sopravvissuto debba essere un altro. Alla fine della pellicola la protagonista si accorge che lei si è salvata solamente perché ha fatto una copia del filmato e l'ha fatta visionare successivamente all'ex marito. Questo infatti è l'unico modo per scampare da una maledizione che apparentemente non ha mai fine. Un cerchio di dannazione eterno.

Ringu è un'opera importante che è riuscita a sdoganare un certo tipo di horror giapponese. Quello che infatti colpisce oltre alla trama ed a Sadako, è la mancanza di sangue sostituito invece da volti contorti e da un'atmosfera quasi asfissiante. Un film che ha gettato le basi e che è importante per chiunque voglia comprendere l'horror giapponese.




mercoledì 12 ottobre 2022

Il Signore degli Anelli: La Terza Era, un tie-in riuscitissimo


 

Ultimamente l'universo de "Il Signore degli Anelli" è nuovamente sotto gli occhi di tutti grazie alla serie amazon "Gli Anelli del Potere". L'articolo però in questione non vuole parlare di quest'ultima bensì de "La Terza Era", gioco di ruolo sviluppato da EA Games e uscito nel 2004.

Storia


Berethor è un soldato della guardia di Gondor e viene incaricato dal sovraintendente Denethor di mettersi in contatto con Boromir, suo figlio, partito per Gran Burrone. Mentre attraversava le lande dell'Eregion, il protagonista viene attaccato dai Nazgul e viene quasi ucciso se non fosse per Idrial, una giovane elfa al servizio di dama Galadriel che lo salva da tale minaccia. Insieme i due iniziano a collaborare per raggiungere i propri obbiettivi esplorando la terra di mezzo ed incontrando altri compagni di avventura.


Sotto questo punto di vista la storia è molto lineare, un semplice pretesto per far rivivere al giocatore i luoghi iconici e gli eventi importanti delle tre pellicole. Combatterete lungo l'Eregion ed esplorerete Moria fino ad arrivare ad oriente dove vi aspetteranno Rohan, Minas Tirith e tanto altro ancora; il tutto mentre ascolterete gli eventi che accadono nella terra di mezzo tramite filmati presi direttamente dalla trilogia.

Sono rimasto soddisfatto da come, nonostante sia una storia del tutto originale e fuori dal canone Tolkeniano, quest'ultima riesca ad inserirsi in maniera perfetta nei film. Non ci saranno infatti forzature né scelte invasive ed il tutto sarà quindi molto piacevole.

Gameplay


Come già scritto nell'introduzione, il titolo è un gioco di ruolo. Avremo quindi un party composto da un massimo di tre personaggi con la possibilità di cambiare durante la battaglia ognuno di essi con un guerriero in riserva. Mano a mano che vinceremo le battaglie, saliremo di livello e potremo investire i punti guadagnati in vari attributi dei nostri personaggi. Sarà quindi importante gestire bene la crescita dei nostri combattenti in modo da costruire un team variegato ed adatto a tutte le situazioni. Oltre a quest'ultimo potremo anche far imparare nuove abilità ai nostri personaggi, per fare ciò basta semplicemente utilizzarle il più possibile in modo tale da accumulate punti per l'abilità voluta.

A completare la costruzione del nostro personaggio ci saranno armi, armature e vari accessori che oltre a fornire bonus classici possono anche averne altri. Devo ammettere che l'equipaggiamento, oltre ad essere indispensabile, è anche bello da vedere e riprende a piene mani l'estetica del film.

Mentre esplorerete il mondo di gioco potrete completare piccole missione secondarie che alcune volte vi ricompenseranno con punti esperienza mentre altre vi garantiranno equipaggiamento aggiuntivo. A proposito di esplorazione, forse è questo il punto più dolente del titolo. Nonostante quest'ultima ricompensi sempre bisogna ammettere che il gioco è settato su corridoi. Non ci saranno ampie zone né grandi diramazioni e questo alla lunga può dare la sensazione al giocatore di essere sempre guidato e mai veramente lasciato libero.


Comparto Tecnico


Il gioco graficamente è molto gradevole e, avendo la licenza completa della trilogia, attinge completamente a quest'ultima. Non vi sono nemici originali e questo gioca all'immersione del giocatore che respirerà proprio l'aria del signore degli anelli. Molte ambientazioni saranno proprio come quelle del film, altre invece, nonostante siano create a posta per il titolo, avranno rispetto dell'opera da cui attingono.

Per quanto riguarda gli effetti di luce sono più che sufficienti infatti le abilità, pur non brillando di originalità, riescono comunque ad essere caratterizzate in maniera soddisfacente.

Commento Finale

Nei primi anni duemila i tie-in - i giochi tratti dai vari film presenti in sala - era generalmente mediocri.Di solito offrivano un'esperienza mordi e fuggi e non avevano una propria anima, in questo caso però ci troviamo di fronte ad un gioco di ruolo solido ed interessante che, pur non stravolgendo nessuna formula del genere a cui appartiene, riesce ad offrire agli amanti del signore degli anelli un'esperienza eccezionale. Le licenze sono qui sfruttate tutte molte bene a partire dal design delle creature fino ai nomi di oggetti o abilità che citano grandi guerreri del passato o terre remote. Se a ciò aggiungiamo un comparto sonoro preso direttamente dai film, ecco che ci troviamo di fronte ad uno dei prodotti meglio riusciti degli scorsi anni.



venerdì 7 ottobre 2022

Un pensiero su Samaritan di Julius Avery


Un pensiero su Samaritan di Julius Avery


Ci sono quelle serate che non sai cosa guardare e passi quasi una buona ventina di minuti a scegliere il film. A quel punto potrebbe capitare che, spinto dalla noia, ti rifugi nel primo film che trovi essere il più sempliciotto. Più o meno è quello che mi ha spinto stasera a vedere Samaritan, film del 2022 e diretto da Julius Avery. Qui di seguito le mie impressioni.

Il film inizia raccontando la storia di due fratelli gemelli nati con una forza straordinaria che ad un certo punto vengono aggrediti dalla popolazione spaventata che appicca un incendio alla loro abitazione. In quest'ultimo purtroppo muoiono i genitori dei ragazzi ed ognuno dei ragazzi reagisce in maniera differente al lutto. Uno diventa Samaritan, l'eroe delle persone e beniamino della società mentre l'altro assume il ruolo di nemesis e minaccia quest'ultima istigando continuamente le classi più povere all'anarchia. Dopo anni di scontri i due si battono per un'ultima volta in una centrale e Nemesis perde definitivamente la vita inghiottito dalle fiamme. Passano esattamente 25 anni e troviamo Sam Cleary, ragazzino con una passione incredibile per l'eroe che fu Samaritan. Durante le sue indagini giornaliere alla ricerca del suo beniamino si imbatte in Joe Smith, un vecchio netturbino che sembra ricordi a Sam il super eroe da lui tanto amato e lo seguirà per scoprire se si tratti realmente di lui o se è solo l'ennesima speranza infranta.

Partiamo subito col dire che il film, nonostante una buona dose di violenza, ha un target molto basso ma non mi aspettavo che anche la qualità lo fosse. Il film è un concentrato di stereotipi e cliché che lascia basiti. Come se non bastasse gli attori non hanno idea di cosa significhi recitare e Stallone è oramai arrivato al punto che non riesce più a sostenere una scena d'azione come si deve. La battaglia finale è quanto di più imbarazzante si possa vedere con uno Sly che a fatica si destreggia nella coreografia e sembra che colpisca completamente a caso. 

Se poi dobbiamo parlare della trama - escluso il colpo di scena verso la fine molto carino - si capisce che è stata buttata giù in fretta. Reazioni incomprensibili, scene tagliate alla buona, tutto sembra essere frutto di un film che doveva essere forse qualcosa di più. Ci sono scene letteralmente inutili che durano troppo e che mangiano tempo a cose che dovevano essere esplorate a fondo. Sam vuole imparare a combattere poi dopo tre minuti mentre si scalda decide che non vuole più farlo abbozzando frasi trite e ritrite, poi il cattivo gli insegna a fischiare, poi mangia un hamburger con la ragazza di quest'ultimo mentre gli spiega la sua storia che non interessa a nessuno, poi esplode qualcosa, poi Stallone viene investito e poi vi rompete le palle oppure lo continuate.

Samaritan è veramente un film brutto, uno di quelli che non ti spieghi. Salvato solo dallo streaming perché se una roba cosi fosse uscita al cinema a quest'ora mezze sale americane avrebbero preso fuoco a causa degli spettatori esasperati.

Cosi si salva quindi? Nulla. Esistono film più leggeri e meno pretenziosi di questo che fanno bene il suo lavoro.



Samaritan è disponibile su Amazon Prime Video




sabato 1 ottobre 2022

Un pensiero su Sir Gawain e il Cavaliere Verde di David Lowery

Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight) è un film del 2021 prodotto, scritto, diretto e montato da David Lowery.
Avrei voluto realmente scrivere qualcosa di sostanzioso su Sir Gawain: un confronto con l'opera originale del XIV secolo, una riflessione sulla trasposizione, un pensiero sulla trama ma qui c'è da scrivere realmente poco e purtroppo non bene.


Gawain, nipote di re Artù, è un assiduo frequentatore di bordelli che aspira a diventare cavaliere della tavola rotonda per motivi che nemmeno lui saprà spiegare per tutto il film. Durante il Natale, mentre il re, i suoi cavalieri e lui festeggiano la ricorrenza, si presenta un cavaliere verde che lancia una sfida ad uno dei cavalieri lì presenti. Gawain si fa avanti e taglia la testa alla misteriosa figura ma dovrà rispettare le regole che quest'ultimo aveva citato poco prima; dopo un anno infatti si dovrà recare da lui alla cappella verde e ricevere lo stesso identico colpo che gli è stato inflitto. Il cavaliere verde prende quindi la testa e lascia la corte.

Dopo i primi 10 minuti mi sono reso conto di aver a che fare con un'opera completamente diversa rispetto al classico e questo non ha suscitato in me grande euforia in quanto per me le trasposizioni di classici - specie quelle che hanno un impatto importante nei contesti socio culturali - devono essere quanto più possibili fedeli al materiale di riferimento. Nonostante le già citate perplessità, proseguo con la visione fino al punto in cui capisco che oramai il film ha preso una direzione completamente diversa, accorgendomi nel mentre che quello che voleva narrare non riusciva ad essere veicolato nel migliore dei modi. Le prove che affronterà Gawain durante il viaggio verso la cappella verde sono tutte confuse e sembrano non arrivare mai a niente; vittima di una rapina, campione di uno spettro a cui deve recuperare la testa, dialoghi con giganti e tentazioni lussuriose sono vicende a cui lo spettatore non riuscirà a dare un vero e proprio senso, la sensazione infatti che siano messe lì solo come riempitivo è molto alta.


Le uniche cose che sembrano a cuore del regista sono la patinatura eccessiva in ogni inquadratura e quella sensazione di autorialità che vuole trasmettere. La fotografia infatti è la cosa che più volte mi ha lasciato perplesso, non capisco sinceramente la scelta di cambiare così tante volte tonalità a quest'ultima finendo non per caratterizzare ogni scena ma per rendere tutto il film un mosaico senza forma. Un caleidoscopio che lascia spiazzati e confusi per la mancanza di collegamento fra scene. Una post produzione talmente pesante ed invadente che ha ucciso il profilmico e lascia interdetti chi visiona il tutto.

Sir Gawain ed il cavaliere verde è il perfetto esempio di come il tocco personale di un'artista deve essere tenuto a freno quando tocca un'opera che non appartiene né a lui né a noi ma alle correnti del tempo.




martedì 13 settembre 2022

Edge of Eternity, diario di viaggio #3

Daryon e Selene esplorano il mondo



Decisi a trovare il maestro di Selene, abbiamo attraversato con difficoltà il passo di Olphara, una terra che in quel momento era vittima della corrosione. Alla fine di esso abbiamo finalmente trovato il maestro insieme al nostro prossimo obbiettivo, cercare una persona che è sopravvissuta alla corrosione.
Purtroppo, per ragioni sconosciute, Myrna ha tradito il gruppo cercando di uccidere Daryon e poi, una volta sconfitta, è fuggita verso una destinazione sconosciuta.

Abbiamo attraversato la costa di Kaladaan e raggiunto un piccolo villaggio di pescatori dove abbiamo deciso di sostare. Una volta fatto ciò, abbiamo proseguito in direzione di Tyr-Caelum, il paese d'origine del sopravvissuto.


domenica 11 settembre 2022

Edge of Eternity, diario di viaggio #2


Selene che parla alla citta di Jagholm

 Continuiamo a parlare del nostro viaggio nel mondo di Edge of Eternity. Nel capitolo due sono successe molte cose. Oltre a fare le solite missioni di caccia, potenziare l'equipaggiamento e craftare nuove armi, siamo dovuti andare ad esplorare una miniera ed a sconfiggere un mostro che terrorizzava la popolazione di Jagholm. Il mondo di Edge of Eternity è infatti martoriato dalla guerra e da questa misteriosa pestilenza che prende il nome di corrosione. Nelle pianure infatti troveremo piccoli insediamenti abbandonati ed in rovina, mostri e persone oramai ridotte alla fame. C'è poco che possiamo fare se non continuare la nostra missione per trovare una cura, missione che diventa ogni giorno più difficile.

Dopo aver saputo da un indovina, che poco dopo si unirà a noi, l'ubicazione del vecchio maestro di Selene, ci siamo avviati alla sua ricerca. Dopo aver rilevato una fattoria di nekaroo in fallimento, siamo riusciti ad ottenere una creatura tutta per noi per esplorare le vaste pianure. Arrivati a destinazione abbiamo affrontato dei soldati e poi ci siamo diretti verso il passo concludendo il capitolo


domenica 4 settembre 2022

Edge of Eternity, diario di viaggio #1


Edge of Eternity, diario di viaggio #1


La città di Herelsor

Nel mio precedente articolo riguardante Edge of Eternity avevo buttato giù le prime impressioni che avevo sul titolo. Ho deciso - invece di scrivere una recensione al termine del gioco - di scrivere una serie di resoconti man mano che proseguo nella mia avventura in modo da fornire una visione a 360° gradi del titolo. Per quanto sia possibile eviterò spoiler sulla trama e mi concentrerò sulle meccaniche introdotte o su altri elementi che compongono un JRPG.

Arrivati a Herelsor, una grande città situata dopo un'enorme pianura, ho potuto incominciare a fondere i gioielli che ottenevo durante la progressione. Ho visto molte recensioni parlare di "gioco sbilanciato"  ma ho la netta sensazione che sia stato tralasciata da molti recensori questa meccanica che permette di fondere fino a cinque gioielli ed ottenerne uno più forte da inserire nel proprio slot dell'arma. Facendo cosi infatti, oltre ad ottenere un significativo bonus alle statistiche, abbiamo la possibilità di personalizzare il proprio personaggio tramite tecniche o incantesimi. Continuando con il crafting cito volentieri la possibilità di creare materie prime per poi a loro volta essere utilizzate per creare armi o protezioni di vario genere. Le materie prime si ottengono dai mostri mentre per scoprire nuove armi o armature occorrerà comprare o trovare le ricette sparse per il mondo di gioco, senz'altro una gradevole aggiunta. Discorso diverso per il Combat System rimasto pressoché invariato ma non per questo meno appagante.

Per quanto riguarda l'aspetto tecnico purtroppo il titolo continua a soffrire di cali di frame rate, specie nelle zone più affollate inoltre spesso assistiamo anche a fenomeni di pop up, sia chiaro niente di sconvolgente ma un occhio più esigente potrebbe non riuscire a passarci sopra.Gli sfondi dei paesaggi invece sono tutti ottimi.Ho attraversato pianure, montagne innevate, boschi costituti da enormi funghi al posto di alberi ed altri con colorazioni al neon estremamente interessanti. Da questo punto di vista la varietà è ottima e non vedo l'ora di proseguire per scoprire cosa ancora questo titolo mi riserverà.

La mia avventura con Edge of Eternity quindi continua e, una volta arrivato al prossimo capitolo, vi darò un resoconto di come stia proseguendo il viaggio con Selene e Daryon.