giovedì 24 novembre 2022

Un Pensiero su I'm a Cyborg, but that's ok di Park Chan-Wook (2006)

Il mondo di Park Chan.Wook è un mondo strano, grottesco e dalla violenza sconcertante. La sua trilogia della vendetta incarna perfettamente tutti questi aggettivi consegnandoci film dal sapore dolce amaro. Ad una prima impressione fa quindi un po' strano vedere Park Chan-Wook alle prese con una commedia romantica come I'm a Cyborg, but that's ok (I'm a Cyborg d'ora in avanti) in quanto il regista sembra allontanarsi dalla sua confort zone per consegnarci un'opera dai tratti diversi. In realtà, I'm a Cyborg è Park Chan-Wook al 100% sotto mentite spoglie.



Young-goon è una giovane ragazza che è cresciuta insieme alla nonna. Il rapporto fra i due è molto forte tanto che la ragazza soffrirà molto il giorno in cui la nonna, a causa della sua schizofrenia, verrà portata in un istituto mentale. Negli anni successivi la ragazza, mentre si trova sul posto di lavoro, si taglia le vene e vi infila dei cavi elettrici perché convinta di essere un cyborg. In realtà, questa convinzione è antecedente all'incidente ma di questo ne parlerà il film successivamente. Purtroppo però questo suo gesto la porta a finire a sua volta in un istituto mentale dove farà la conoscenza di Park Il-Soon, un cleptomane sociopatico che ha la paura di svanire. I due iniziano a instaurare un rapporto atipico che li porterà a vivere situazioni paradossali.

I'm a Cyborg si presenta apparentemente quindi come una commedia romantica leggera ma, come citato già all'inizio, in realtà questa è una maschera che il regista abilmente riesce a mettere al film. Durante infatti la prima parte l'opera si mostra diversa rispetto ai primi minuti. Incominciano a far capolino le riflessioni, i problemi esistenziali ed una forte dose di violenza. Sì, perché durante le sue allucinazioni, la protagonista immagina di fare stragi di dottori nell'istituto in quanto ritenuti da lei colpevoli di aver preso sua nonna. Ecco che dunque emerge, anche se sotto mentite spoglie, la violenza che caratterizza il regista. Vi saranno infatti momenti di puro esistenzialismo dove la protagonista si interrogherà sul suo scopo nella vita e successivamente come realizzarlo. Nel mentre il rapporto con Park Il-Soon si solidifica fino al momento in cui quest'ultimo aiuterà la ragazza a riprendere a mangiare in un modo assolutamente originale che non voglio svelare.

I'm a Cyborg riesce anche ad alternare momenti di ilarità come ad esempio le risse per futili motivi fra i pazienti a dolori ricordi che la protagonista ha della nonna. Perché se è vero che il film non dice in maniera esplicita cosa possa aver causato questa patologia nella ragazza è altresì vero che lo sussurra allo spettatore con scene molto ricercate. Prendiamo ad esempio le regole del perfetto cyborg che Young-goon segue; non avere compassione, non emozionarsi e non fantasticare sono solo alcune delle imposizioni che la protagonista fa su sé stessa. Queste regole non sono altro che il frutto di un adolescenza purtroppo malsana, vissuta in un ambiente dove non vi era una d'espressione. La madre sempre molto lontana dalla figlia - a causa dell'attività che possedeva - spingeva la figlia a non dire a nessuno che lei pensava di essere un cyborg. Ecco che quindi una normale fantasia da bambini, si trasforma in una nevrosi. Le regole citate poc'anzi sono infatti rappresentate nella sua mente con un libro di illustrazioni per bambini segno che il trauma è avvenuto in quel periodo. Risolutivo sarà la confessione che la ragazza farà alla dottoressa verso la fine del film. Per il medico infatti non c'era nessun problema ed aprirsi e, avere fiducia, è il primo passo verso la guarigione.

La guarigione che però intende questo film non è tanto la fine della nevrosi quanto accettare la natura di sé stessi - o di quello che pensiamo di essere - e di vivere nel bene e nel male la nostra vita. Il finale da questo punto di vista è quanto più di poetico Park Chan-Wook abbia scritto. Un arcobaleno appare dopo una tempesta e se con molta fantasia lo osserviamo bene ci ricorda un cavo elettrico che collega il cielo e la terra.

Alla fine del film rimarranno molte domande allo spettatore "i due ragazzi hanno trovato una felicità duratura?", "La protagonista riuscirà a "guarire"?" A noi però queste domande non ci dovrebbero interessare. Non importa aprire manuali di psicologia per comprendere che il messaggio del film è quello che in sordina viene ripetuto per tutta la pellicola "nel bene e nel male bisogna vivere".

Passando al lato tecnico cosa dire della regia di Park Chan-Wook? il regista come al solito dimostra di avere un occhio poetico incredibile, ogni scena non è mai fine a sé stessa ma comunica uno stato d'animo o veicola un messaggio da cogliere. Quando decide di zoomare, lo fa per accentuare la comicità di una situazione e quando decide di muovere a spalla la telecamera riesce sempre a stare dietro l'azione evitando di perdersi in inutili giri. La meravigliosa fotografia accentua la vena leggera ma importante dell'opera. Passiamo da dei toni accesi ma asettici come il rosso a dei delicati verdi veicolati da una grande scenografia. La messa in scena è ottima ed il montaggio, si prende i suoi tempi, rendendo il film lento ma godibile.

I'm a Cyborg è un film che tocca vette altissime. Temi come ad esempio la salute mentale e l'esistenzialismo umano sono trattati con il massimo rispetto e con quella vena ironica che non guasta mai per non appesantire l'argomento. Park Chan-Wook riesce ancora una volta a dare il meglio di sé con un'ottima regia dal sapore onirico e con una fotografia a dir poco fantastica. Una pellicola che consiglio di recuperare per riuscire ad apprezzare quanto di bello può fare il cinema. I'm a Cyborg fa star bene l'anima.


martedì 22 novembre 2022

Un Pensiero su Ju-on di Takeshi Shimizu (2000)


L'horror giapponese si distingue principalmente da quello occidentale per le tematiche che affronta dagli elementi che possiede, unici nel suo genere. Quest'ultimo infatti attinge a piene mani alla mitologia del Sol Levante rappresentata da Yokai, scintoismo e sciamanesimo. Uno dei film più rappresentativi in questi tempi moderni è sicuramente Kwaidan di Masaki Kobayashi uscito nelle sale giapponesi nel 1964 oppure, se vogliamo prodotti più recenti, Ringu di Hideo Nakata  o Ju-On di Takashi Shimizu. Dato che di Ringu ho trattato ampiamente nelle settimane scorse, vorrei ora parlare di Ju-On e di come per me abbia contribuito a creare l'archetipo della casa infestata in salsa orientale.

Come già detto poco fa, Ju-On è stato girato da Takashi Shimizu. Uscito in Giappone nel 2000, il film è stato in grado di catturare l'immaginario collettivo giapponese ed a riscuotere un discreto successo tanto che la saga conta ad oggi numerosi remake e spin-of.


La storia di Ju-On è esplorata attraverso i punti di vista di sei personaggi che per motivi volontari o involontari si troveranno ad esplorare una casa maledetta dove sembra si sia consumata una violenta tragedia. Nella cultura giapponese infatti, chi muore in maniera violenta e rancorosa, finisce per non trapassare del tutto ma rimane ad infestare il luogo della sua dipartita per un tempo che a noi non è concesso sapere. Questo tipo di spettri vengono chiamati Onryo e sono spiriti vendicativi che uccidono indiscriminatamente i vivi. I protagonisti quindi si troveranno faccia a faccia con Kayako, uno di questi spettri, e suo figlio Toshio che sembra anche lui vittima di questo destino. Una storia quindi già dalle basi crudele e triste di cui è difficile pensare ad un epilogo felice. Man mano che scopriremo il destino riservato ai protagonisti, saremo anche testimoni di importanti retroscena circa l'origine della maledizione ma, per comprendere ciò, bisognerà fare molta attenzione dato che il film ha una linea temporale tutta sua. Fra un protagonista e l'altro potrebbero passare mesi oppure anni e, anche se apprezzo questo tipo di narrazione, devo dire che qui risulta un po' confusa. Escluso questo difetto reputo Ju-On un grande film di atmosfera. Se è vero che il montaggio è lento è altresì vero che possiede un'atmosfera unica nel suo genere. I movimenti di camera sono sempre ben dosati e creano la giusta tensione ma credo che il lavoro più grande lo faccia Takako Fuji, l'attrice che interpreta Kayako. Al tempo infatti oltre ad essere attrice e doppiatrice, era anche una ballerina ed una talentuosa contorsionista, qualità che gli ha permesso di rappresentare lo spettro in maniera inquietante. I suoi infatti sono movimenti fatti di scatti nervosi e pose innaturali. Vederla mentre scende le scale è quanto più di inquietante ma anche di affascinante che si possa osservare ed il trucco che possiede dona al tutto un aspetto caratteristico.

Ju-On è un film che ha dalla sua una grande atmosfera. La storia che racconta appassiona ma allo stesso tempo potrebbe rischiare di confondere lo spettatore più disattento. La performance di Takako Fuji (Kayako) è la caratteristica che però innalza la pellicola e senza ombra di dubbio ha contribuito ha creare nel corso del tempo la figura della donna maledetta che cerca vendetta nel mondo esterno.


lunedì 21 novembre 2022

Un pensiero su Ringu 0 di Norio Tsuruta (1999)


Un pensiero su Ringu 0 di Norio Tsuruta (1999)


La saga di Ringu ha sempre posto all'attenzione dello spettatore la misteriosa Sadako in modo sottile ed implicito. Molte opere orientali, a differenza di quelle occidentali, preferiscono infatti mediare messaggi e significati attraverso silenzi ed immagini che attingono al ricco folklore che l'oriente possiede.
Ringu non è mai stato spaventoso, splatter o disgustoso, al contrario ha sempre giocato con il mistero e la natura del non visibile. Alla fine infatti del primo capitolo della serie, molte sono le domande che rimangono senza risposta. Chi è Sadako? Da dove proviene? Perché ha deciso di incarnare una natura così vendicativa e distruttiva? Le risposte non sarebbero arrivate fino al capitolo di cui parlerò oggi, Ringu 0:Birthday.

Sadako durante una performance
La storia di Ringu 0 inizia circa trenta anni prima dagli  eventi accaduti nel primo Ringu. Sadako è una ragazza  che tenta di sfuggire ad un potere oscuro che ha dentro di lei e di cui non si sa dare nessuna spiegazione. Per fare ciò decide di trasferirsi a Tokyo ed unirsi ad una compagnia teatrale con cui spera di cominciare una vita per lo meno decente. Le cose sembrano andare bene fino a quando una persona proveniente dal suo passato non compare, mandando in frantumi il delicato equilibrio raggiunto.

Sadako sta per essere gettata nel pozzo
La regia di Tsuruta è pulita e quadrata, con una fotografia ed un montaggio molto buono. Il ritmo del film infatti, pur non essendo veloce, scorre bene. I movimenti di camera sono dolci e gentili e la macchina da presa si sposta sempre molto lentamente. Non ci sono virtuosismi sul fronte tecnico ma ci troviamo di fronte ad un regista che fa bene il suo lavoro.
Per quanto riguarda la recitazione, spicca senza ombra di dubbio Yukie Nakama che riesce a creare una Sadako convincente con cui gli spettatori proveranno presto empatia . In questo film infatti Sadako viene, per motivi che preferirei non esporre in questo articolo, umanizzata e le risposte alle domande che ho esposto poco fa trovano finalmente risposta. Rispondere a quest'ultime ha richiesto però di cambiare natura alla serie. Ringu 0 infatti prima di essere un horror, è un film drammatico, un thriller a tratti anche esistenziale. La fuga di Sadako da un passato doloroso, il suo perenne tentativo di controllare una forza che non capisce, le continue ingiurie a cui è sottoposta. Tutto ciò infonde alla pellicola una tristezza ed una profondità che quasi non ci si aspetta. Credo che compiere una scelta del genere sia stata importante per dare ulteriore spessore alla serie. Alla domanda "Questo passato così drammatico di Sadako non rischia di creare una dissonanza con i primi due film?" rispondo con un sicuro "no". Anzi, penso che rivederli dopo aver visionato questo capitolo, ce li faccia godere di più. 

Sadako viene infastidita con una fotocamera
Ringu 0 è un film che non può mancare agli amanti del thriller e del mistero. Gli estimatori di Ringu troveranno senza ombra di dubbio interessante questo tassello che compone il pittoresco mosaico dell'universo di Ringu. Una regia solida ed una storia straziante completano il tutto offrendo allo spettatore un'esperienza godibile. Se vi aspettate grandi spaventi o un semplice film horror, passate oltre perché qui si parla della natura dell'uomo, delle azioni di quest'ultimo e di altri temi che difficilmente possiamo incontrare nel cinema occidentale che mira allo spavento semplice. 




giovedì 27 ottobre 2022

Un pensiero su Ringu 2 (1999) di Hideo Nakata

 Un pensiero su Ringu 2 (1999) di Hideo Nakata

Dopo il fallimento di Rasen, la produzione corse ai ripari producendo in fretta questo nuovo secondo capitolo nella speranza questa volta di fare centro. Per l'occasione venne richiamato alla regia Hideo Nakata e, in meno di un'anno, Ringu 2 arrivò nelle sale giapponesi.


La trama inizia nuovamente dove si era interrotto il primo capitolo. Mai Takano, cerca la ex moglie ed il figlio di Ryuji Takayama (l'uomo a cui faceva da assistente) per comprendere le motivazione della morte improvvisa di quest'ultimo. Una volta trovata Reiko e suo figlio Yoichi, instaura col bambino un rapporto forte ed importante ed insieme i due affronteranno un viaggio per mettere fine definitivamente alla maledizione di Sadako.


Tornato nuovamente alla regia Hideo Nakata mostra nuovamente le finezze che hanno caratterizzato il primo capitolo. Silenzi, montaggi ed effetti speciali sono tutti gestiti bene e, anche se non c'è un vero e proprio salto di qualità nella regia comprendiamo come il regista conosca bene il genere e sappia trattarlo. A differenza di Rasen infatti, il thriller e l'horror si mescolano alla perfezione creando un'atmosfera ben riuscita purtroppo però, questo secondo capitolo non è esente dai difetti. Sul lato narrativo infatti le domande rimangono molte, una fra tutte "perché improvvisamente ogni personaggio di questa pellicola sembra possedere poteri sovrannaturali?" Mai Takano mostra in questo capitolo delle capacità simili a quelle del professore Takayama; Un' aggiunta che reputo dell'ultimo momento dato che nel primo capitolo non si era minimamente accennato a ciò. Come se non bastasse pure Yoichi, che è il vero protagonista di questo film, possiede poteri psichici. In entrambi i casi non vengono date spiegazioni sufficienti e lo spettatore si convince alla fine che tutti quelli che hanno avuto a che fare con Sadako sviluppano tali poteri. Se aggiungiamo a ciò che pure Masami Kurahashi (l'amica della prima vittima di Ringu) possiede energie simili, ne concludiamo che il film ha premuto troppo su questo aspetto rendendo il paranormale alla portata di tutti andando a sminuire una caratteristica che solo Sadako avrebbe dovuto possedere. 

Un altro problema riguarda l'origine della maledizione in cassetta. Da nastro maledetto, unico nel suo genere, diventa alla portata di tutti. Viene affermato infatti che chiunque potrebbe ritrovarsi nella propria videoteca una copia del nastro rendendo quindi questa maledizione troppo dispersiva per essere gestita anche se, come afferma la ragazza che lo rivela, i ragazzi continuano a copiare e passarsi la cassetta in continuazione. Non ho molto apprezzato quest'ultima dinamica introdotta in quanto mi sembra abbastanza irreale. Possibile fra tutte queste persone, non ce ne sia stata almeno una scettica che poi successivamente sia morta? Davvero tutti credono immediatamente alla storia del video? Mi sembra un po' troppo azzardato, evidentemente gli sceneggiatori volevano rafforzare la leggenda urbana di Sadako nella pellicola non facendo i conti però con gli esiti che sarebbero potuti accadere.

Terzo ed ultimo problema riguarda la natura stessa della maledizione che ora assume un ruolo diverso. Infatti non è il video che uccide ma sembra che sia una sorta di energia negativa che rimane nell'individuo una volta che questo ha visionato il video. Ishi Kawajiri, uno dei professori dell'università dove lavorava Takayama, sviluppa un metodo per liberare le persone come Yoichi da eventuali influssi malefici. Una specie di esorcismo tecnologico. Se da un punto di vista narrativo poteva anche interessare, dal lato pratico quest'ultimo argomento è trattato per troppo tempo rischiando di annoiare lo spettatore fra esperimenti e dimostrazioni varie. Certo, siamo ben lontani dal Virus di Rasen - una delle cose più criticate del film - ma rimane comunque un elemento che contribuisce a rendere più "terrena" la forza di Sadako


Ringu 2 è un secondo capitolo che riesce a malapena a reggersi sulle sue gambe e sembra si regga sulla fama del primo capitolo. Certo, è un seguito, e come tale è giusto che riprenda molte tematiche e personaggi ma la pellicola non approfondisce in maniera soddisfacente i personaggi del primo capitolo. Se a ciò aggiungiamo una recitazione non proprio esaltante, ci troviamo di fronte ad una pellicola che esce a malapena dalla mediocrità. Consigliato a chi è amante del genere e per chi è curioso come apparentemente Sadako venga sconfitta.








martedì 25 ottobre 2022

Un pensiero su Rasen (1998) di Joji Lida, il sequel perduto di Ringu

 Un pensiero su Rasen (1998) di Joji Lida, il sequel perduto di Ringu


Prima di parlare di Ringu 2 - seguito oramai ufficiale del primo capitolo - è bene parlare di Rasen in modo tale da dare al lettore un contesto chiarificatore di cui potrebbe necessitare se volesse recuperare la quadrilogia di Ringu.

Rasen inizialmente nasce come sequel diretto a Ringu, non a caso è stato girato e distribuito nelle sale nello stesso periodo dell'opera prima ma ha un problema. Nonostante attingesse all'opera di Koji Suzuki, si rivelò un completo fiasco e questo portò la produzione a preparare in fretta e furia un altro secondo capitolo. I motivi di tale insuccesso sono molti e cercherò di evidenziarli in maniera chiara nell'articolo ma prima, un breve incipit della trama.


Dopo gli eventi accaduti nel primo film, il corpo del professore Ryuji Takayama viene sottoposto ad una autopsia da uno dei suoi amici, il patologo Mitsuo Ando il quale scopre un messaggio cifrato all'interno del suo stomaco. Reiko, la moglie del professore e suo figlio Yoichi risultano invece vittima di un incidente stradale misterioso. Poco tempo dopo il patologo viene a scoprire della maledizione della cassetta e, spinto da curiosità, decide di visionarne una copia. 


La regia di Rasen, pur essendo basilare come quella di Hideo Nakata, non riesce comunque a veicolare nessun tipo di messaggio. Non vi è nessuna finezza tecnica né costruzione quadrata; Alla fine del film dubiterete persino di aver visto un horror o un thriller dato che i due generi non sono minimamente presenti nella pellicola. Durante la pellicola verranno introdotti elementi che messi insieme creeranno un confusionario puzzle ma soprattutto tenderanno a decostruire il concetto di maledizione del primo capitolo sostituendolo con elementi più terreni. La rinascita carnale di Sadako e la sua identità androgina potevano anche essere elementi interessanti su cui fondare la pellicola ma sono tutti trattati in maniera troppo superficiale e con una scrittura veramente insufficiente. Proprio a causa di quest'ultima infatti il messaggio finale non arriva completamente allo spettatore o, se lo fa, lo lascia ancora di più nella confusione. Infine per quanto riguarda gli attori devo dire che non ricordo nessuna interpretazione memorabile anzi molte volte mi sembrano molto sottotono.

Rasen è un film che purtroppo si fa carico di un' eredità troppo pesante. Da qualunque parte lo si guardi non risulta minimamente sufficiente ad intrattenere lo spettatore. Una scrittura completamente confusa, unita ad una regia veramente scadente, lo rendono purtroppo un prodotto evitabile. Consigliato solo a chi voglia recuperare proprio tutto dell'universo di Ringu, gli altri possono tranquillamente passare oltre.






lunedì 24 ottobre 2022

Un pensiero su Ringu (1998) di Hideo Nakata

Un pensiero su Ringu (1998)


Chi legge questo blog conosce bene la mia passione per il cinema orientale, tanto da dedicargli una sezione apposita per trattare tali opere. Era quindi questione di tempo prima che trovassi il tempo di visionare e scrivere un articolo che parlasse di Ringu, thriller/horror del 1998 diretto da Hideo Nakata, tratto dall'omonima opera cartacea di Koji Suzuki.

Reiko Asakawa è una giornalista che sta indagando sulla morte apparentemente inspiegabile di sua nipote e di alcuni ragazzi che pare essere stati vittima di una misteriosa leggenda urbana riguardante una videocassetta. Pare infatti, che chiunque guardi il contenuto di quest'ultima, sette giorni dopo morirà inspiegabilmente. Dopo aver visionato il video insieme al suo ex marito Ryuji Takanama, decide di trovare un modo per spezzare definitivamente la maledizione. Il tempo è poco e ad aumentare l'urgenza del tutto vi è anche il fatto che suo figlio, Yoichi Asakawa, ha visto la videocassetta.

Prima di addentrarci nell'analisi del film, parliamo del suo regista. Hideo Nakata fa il suo debutto nel 1992 con "Honto ni atta kowai hanashi: Jushiryou", una raccolta di tre corti che parlano di tematiche soprannaturali. Quattro anni dopo, nel 1996, dirigerà "Don't Look Up" dove incominciamo a vedere già una versione embrionale di Sadako ovvero della figura folkloristica giapponese chiamata "Yurei" ma di questo ne parleremo dopo. Dopo una breve pausa nel 1997- dove collabora alla realizzazione di "Gakkô no kaidan F"- è la volta, l'anno dopo, del film che lo renderà famoso ovvero "Ringu". Abbiamo quindi un regista che ha lavorato per molti anni con queste tematiche e conosce bene come gestire queste figure folkloristiche.

In Ringu osserviamo una regia minimalista, quasi da serie TV, ma non priva di una quadratura generale. Le poche volte che appare Sadako non sono mai per spaventare lo spettatore ma per metterlo a disagio. Pochi movimenti di camera, centratura del demone nell'inquadratura ed una performance ben riuscita di Rie Ino'o (l'attrice che interpreta Sadako), riescono nell'intento di trasmettere l'ansia necessaria affinché il tutto funzioni. Solo una volta vediamo un dettaglio di Sadako ed è terrificante. Per il resto della pellicola Nakata preferisce concentrarsi su inquadrature a mezza figura facendo "respirare" l'attore ma evitando di rinunciare alla scenografia costruitagli attorno. Grazie a ciò vi è una costante sensazione di oppressione e di urgenza perfettamente in linea con la storia narrata dalla pellicola. Chiarito che dal punto di vista registico il film è ben fatto torniamo alla storia e rispondiamo ad alcune domande.

Prima di esplorare ulteriormente il film chiariamo subito cosa rappresenta Sadako e che tipo di spirito giapponese rappresenti. Questo perché molte volte alcune azioni dei protagonisti ci potranno sembrare strane. Una delle domande che può farsi lo spettatore è: perché i due protagonisti vogliono a tutti i costi trovare il pozzo dove pare essere stata uccisa la ragazza? La risposta è semplice: lo Yurei è lo spirito di una persona che in vita è stata vittima di un omicidio o di un suicidio. Non trovando pace nel mondo degli spiriti, ecco che si trasforma in uno spirito vendicativo portatore di odio e rancore. Di solito queste vittime, a causa della natura della loro morte, non hanno ricevuto nessun tipo di rituale per prepararle all'aldilà. Ecco che quindi i protagonisti, trovando il cadavere di Sadako, sperano che offrendogli una degna sepoltura possano porre fine a tutto ciò. I protagonisti però vengono ingannati perché in realtà pare che allo spirito non interessi tale questione infatti con la morte di Ryuji Takanama, Reiko comprende che il motivo per cui lei è sopravvissuto debba essere un altro. Alla fine della pellicola la protagonista si accorge che lei si è salvata solamente perché ha fatto una copia del filmato e l'ha fatta visionare successivamente all'ex marito. Questo infatti è l'unico modo per scampare da una maledizione che apparentemente non ha mai fine. Un cerchio di dannazione eterno.

Ringu è un'opera importante che è riuscita a sdoganare un certo tipo di horror giapponese. Quello che infatti colpisce oltre alla trama ed a Sadako, è la mancanza di sangue sostituito invece da volti contorti e da un'atmosfera quasi asfissiante. Un film che ha gettato le basi e che è importante per chiunque voglia comprendere l'horror giapponese.




mercoledì 12 ottobre 2022

Il Signore degli Anelli: La Terza Era, un tie-in riuscitissimo


 

Ultimamente l'universo de "Il Signore degli Anelli" è nuovamente sotto gli occhi di tutti grazie alla serie amazon "Gli Anelli del Potere". L'articolo però in questione non vuole parlare di quest'ultima bensì de "La Terza Era", gioco di ruolo sviluppato da EA Games e uscito nel 2004.

Storia


Berethor è un soldato della guardia di Gondor e viene incaricato dal sovraintendente Denethor di mettersi in contatto con Boromir, suo figlio, partito per Gran Burrone. Mentre attraversava le lande dell'Eregion, il protagonista viene attaccato dai Nazgul e viene quasi ucciso se non fosse per Idrial, una giovane elfa al servizio di dama Galadriel che lo salva da tale minaccia. Insieme i due iniziano a collaborare per raggiungere i propri obbiettivi esplorando la terra di mezzo ed incontrando altri compagni di avventura.


Sotto questo punto di vista la storia è molto lineare, un semplice pretesto per far rivivere al giocatore i luoghi iconici e gli eventi importanti delle tre pellicole. Combatterete lungo l'Eregion ed esplorerete Moria fino ad arrivare ad oriente dove vi aspetteranno Rohan, Minas Tirith e tanto altro ancora; il tutto mentre ascolterete gli eventi che accadono nella terra di mezzo tramite filmati presi direttamente dalla trilogia.

Sono rimasto soddisfatto da come, nonostante sia una storia del tutto originale e fuori dal canone Tolkeniano, quest'ultima riesca ad inserirsi in maniera perfetta nei film. Non ci saranno infatti forzature né scelte invasive ed il tutto sarà quindi molto piacevole.

Gameplay


Come già scritto nell'introduzione, il titolo è un gioco di ruolo. Avremo quindi un party composto da un massimo di tre personaggi con la possibilità di cambiare durante la battaglia ognuno di essi con un guerriero in riserva. Mano a mano che vinceremo le battaglie, saliremo di livello e potremo investire i punti guadagnati in vari attributi dei nostri personaggi. Sarà quindi importante gestire bene la crescita dei nostri combattenti in modo da costruire un team variegato ed adatto a tutte le situazioni. Oltre a quest'ultimo potremo anche far imparare nuove abilità ai nostri personaggi, per fare ciò basta semplicemente utilizzarle il più possibile in modo tale da accumulate punti per l'abilità voluta.

A completare la costruzione del nostro personaggio ci saranno armi, armature e vari accessori che oltre a fornire bonus classici possono anche averne altri. Devo ammettere che l'equipaggiamento, oltre ad essere indispensabile, è anche bello da vedere e riprende a piene mani l'estetica del film.

Mentre esplorerete il mondo di gioco potrete completare piccole missione secondarie che alcune volte vi ricompenseranno con punti esperienza mentre altre vi garantiranno equipaggiamento aggiuntivo. A proposito di esplorazione, forse è questo il punto più dolente del titolo. Nonostante quest'ultima ricompensi sempre bisogna ammettere che il gioco è settato su corridoi. Non ci saranno ampie zone né grandi diramazioni e questo alla lunga può dare la sensazione al giocatore di essere sempre guidato e mai veramente lasciato libero.


Comparto Tecnico


Il gioco graficamente è molto gradevole e, avendo la licenza completa della trilogia, attinge completamente a quest'ultima. Non vi sono nemici originali e questo gioca all'immersione del giocatore che respirerà proprio l'aria del signore degli anelli. Molte ambientazioni saranno proprio come quelle del film, altre invece, nonostante siano create a posta per il titolo, avranno rispetto dell'opera da cui attingono.

Per quanto riguarda gli effetti di luce sono più che sufficienti infatti le abilità, pur non brillando di originalità, riescono comunque ad essere caratterizzate in maniera soddisfacente.

Commento Finale

Nei primi anni duemila i tie-in - i giochi tratti dai vari film presenti in sala - era generalmente mediocri.Di solito offrivano un'esperienza mordi e fuggi e non avevano una propria anima, in questo caso però ci troviamo di fronte ad un gioco di ruolo solido ed interessante che, pur non stravolgendo nessuna formula del genere a cui appartiene, riesce ad offrire agli amanti del signore degli anelli un'esperienza eccezionale. Le licenze sono qui sfruttate tutte molte bene a partire dal design delle creature fino ai nomi di oggetti o abilità che citano grandi guerreri del passato o terre remote. Se a ciò aggiungiamo un comparto sonoro preso direttamente dai film, ecco che ci troviamo di fronte ad uno dei prodotti meglio riusciti degli scorsi anni.